EVIDEON 3-1

di Corrado Malanga.


Premessa

Questo lavoro è da considerarsi conclusivo di quella serie di lavori dal titolo Evideon, che ho pubblicato negli ultimi anni. Ciò significa che, dopo di questo, si chiude un periodo storico di comprensione e se ne apre un altro. Proprio perché questo è l'ultimo e conclusivo lavoro che affronta il problema della struttura dell'Universo in relazione alla definizione di consapevolezza ed al collegabile percorso di riconoscimento della coscienza di sé stessi, ho dato al testo una impostazione che al lettore sembrerà più difficoltosa. La difficoltà di comprendere è legata a diversi fattori non ultimo dei quali è la presenza o assenza di prerequisiti ma anche l'allenamento a vedere, nella mente, l'universo tridimensionale, la capacità di correlare aspetti della fisica moderna che, a prima vista, sembrano non avere tra loro nulla a che fare. Il mio tentativo è stato quello di accomunare i principi di fisica subatomica moderna con la visione dell'universo olografico, in relazione all'aspetto coscenziale dell'uomo.

Ancora una volta, alla fine della stesura di questo lavoro, mi sono reso conto che ho scritto quello che stavo facendo cioè quello che stavo diventando. D'altro canto, ho cercato di fornire al lettore, gli elementi che gli permettessero rapidamente di farsi una idea, indipendente dalla mia, sulla realtà virtuale quantica, espressa dalla fisica moderna, costruendo un percorso già corredato di letteratura, senza che egli dovesse fare l'immane fatica di andarsi a cercare le fonti. La letteratura è stata costruita su due livelli: il primo livello è legato all'uso della rete ed è stata introdotta direttamente nel testo, immediatamente accanto alle cose descritte. Un secondo, più approfondito livello, è stato tracciato con la letteratura di approfondimento, collocata alla fine del lavoro. Non si scoraggi il lettore che mostra difficoltà nella comprensione di concetti fisico chimici, soprattutto esposti all'inizio del lavoro, ma prosegua fino in fondo, dove molte cose assumeranno una dimensione di chiarezza. In ogni caso, anche se questo lavoro non dovesse servire alla acquisizione di consapevolezza, sarà sicuramente servito a coloro che sono muniti di voglia di capire, a comprendere cosa sia la realtà virtuale nella quale siamo immersi, senza bisogno di affidarsi ai documentari della televisione di stato nei quali si tenta di far credere agli spettatori che noi subiamo le leggi dell'Universo, siano esse di matrice scientifica che religiosa. La conclusione di questo lavoro mostra invece che noi siamo i Creatori del Tutto.

Non sarebbe affatto male che qualcuno cominciasse ad accorgersene.


Comprensione e Guarigione


La natura dell'unico oggetto che esiste.


Nei nostri primi due scritti dal titolo Evideon, abbiamo sottolineato come l'esistenza dell'antifotone permette di spiegare molte delle cose che i fisici e gli esoteristi non sanno ancora spiegarsi. Abbiamo in particolar modo visto come, la fisica moderna, non veda l'antifotone per due motivi sostanziali. Il primo motivo è legato alla consapevolezza dello scienziato che ovviamente, come abbiamo sottolineato in altra sede, vede solo quello che la sua consapevolezza gli permette di vedere. In questo contesto, siccome ognuno di noi è il creatore del suo universo, ecco che il fisico crede che l'antifotone non esista, perché così gli è stato detto da altri e perché così è scritto sui libri di fisica sui quali si è formato, e dunque si creerà un universo che non contempla l'antifotone. Vedrà dunque un universo come lui stesso si è creato e tutto ciò vincolerà la sua mente a credere che le cose possano essere differenti. Un secondo motivo più virtuale, che non permette al fisico di vedere l'antifotone è legato al fatto oggettivo che, se il fotone esiste e se esiste il suo antipodo ottico, che noi chiamiamo antifotone, essi sono in rapida interconnessione l'un l'altro alla velocità della luce con frequenza legata al tempo di Planck (che ricordiamolo è dell'ordine di 10-44 sec).

In questo contesto il fisico vede un fotone virtuale che, secondo l'approccio evideonico non possiede massa.

In realtà il fotone virtuale sarebbe costituito di un film con due fotogrammi che si alternano sullo schermo alla velocità della luce, che rappresentano la strutturo fotonica ed antifotonica, dove l'unica differenza fra i due oggetti è legata ai colori che rappresentano l'asse verticale della energia (il magenta ed il verde) che si interscambiano l'un l'altro. L'interscambio tra questi due oggetti, che permette di trasformare l'uno nell'altro, avviene perché l'asse delle energie si accorcia fino a diventare nullo per poi riallungarsi in direzione opposta, fino a raggiungere il suo valore massimo, espresso da vettori (il 3, il 9 ed il 6).



È da notare come la somma dei tre vettori (18) deve rimanere costante per la conservazione della energia e quindi non tutti i valori possono essere espressi dalla tripletta di vettori che così ci appariranno quantizzati (Vedi Appendice 1).

L'inversione dell'asse delle energie produce un effetto sulla simmetria del fotone e dell'antifotone che, non avendo un piano di simmetria, appaiono l'uno l'immagine speculare dell'altro non sovrapponibile. Tale fotone virtuale, avendo l'asse delle energie con valore nullo (inesistente), appare come senza quell'attributo, che viene associato alla massa apparente del fotone. In altre parole il fotone, essendo fatto di due cose in rapida interconversione tra loro, una dotata di massa e l'altra dotata di antimassa, ci appare sempre senza massa, sia che sia fermo sia che vada alla sua massima velocità, che è la velocità della luce. Il fotone di questo tipo, che la fisica chiama "virtuale", è l'unico oggetto dell'universo che non presenta massa misurabile sia che sia fermo che sia in movimento, eludendo "stranamente", l'equazione di einsteiniana memoria che recita che E =mv2.

In questa ottica, il modello evideonico proposto in "Evideon" ed "Evideon 2", prevede che la lunghezza degli assi di spazio e tempo non si accorcino mai, anche se possono cambiare posizione nello spazio evideonico. Questo aspetto porta a concludere che la velocità della luce, cioè la velocità a cui noi associamo la presenza e l'esistenza del fotone virtuale, non possa mai modificarsi ed essere sempre eguale ad 1 in unità naturali di Planck.

Detto questo andiamo a verificare se esistono prove sperimentali già effettuate ed osservazioni teoriche in itinere, che possano giustificare la nostra visione delle cose.


L'antifotone nelle pieghe della fisica quantistica.


In "Evideon 2" avevamo già spiegato come un cristallo di Feldspato di Islanda in forma di prisma opportunamente orientato rispetto ad un raggio incidente di fotoni virtuali, lo divide in due parti, corrispondenti, secondo la nostra visione dei fatti, alle due possibilità di polarizzazione del fotone virtuale, espresse dai valori di - 1, 0, + 1, quali valori di spin. La divisione in due raggi, si otterrebbe perché il fotone virtuale potrebbe colpire gli elettroni superficiali del cristallo sia in fase che in contro fase cioè sotto forma di spin con il segno meno o con il segno più. In altre parole si potrebbe avere un urto con un fotone o con un antifotone e questo provocherebbe una interazione di tipo diastereomerico. I due stati di transizione che precedono l'urto, avrebbero cioè energia differente poiché non avrebbero un piano di simmetria. Per gli esperti di stereochimica, si sa che ciò porta ad avere due stati di transizione che hanno due energie differenti e due comportamenti diastereomerici differenti in tutto e e per tutto tra loro. Una delle particolarità sarebbe l'indice di rifrazione del fotone e dell'antifotone che verrebbero deflessi, all'interno del cristallo in due direzioni differenti nel tentativo di mantenere, nell'istante dell'urto, la simmetria dell'intero sistema invariata. Subito dopo l'interazione, ed il cambiamento di direzione, sia i fotoni che gli antifotoni tornerebbero ad interconvertirsi gli uni negli altri, dando origine però a due gruppi di fotoni virtuali entangled fra loro; tutto ciò farebbe sì che, mentre il fascio di fotoni virtuali che appaiono come fotoni, vanno in una direzione, l'altro fascio di fotoni virtuali appaiono in contro fase e hanno una altra direzione spaziale. L'osservatore vede solo due fasci di fotoni virtuali ma non si accorge dell'entanglement tra i due tipi di fotoni virtuali, che costituiscono due parti di un fenomeno, che continua a mantenere un piano globale di simmetria.


La reinterpretazione dei dati sperimentali.


La luce viene definita come un campo elettromagnetico in cui, il vettore campo elettrico, oscilla perpendicolarmente al vettore campo magnetico. L'oscillazione globale va in tutte le direzioni. Quando faccio passare la luce in un filtro polarizzatore, polarizzo la luce che viene rigettata tutta indietro tranne quella che oscilla lungo un asse.



La luce così polarizzata viene fatta passare attraverso un cristallo di calcite (non lineare). I fotoni polarizzati +1 prendono una direzione differente da quelli polarizzati -1, ma essendo che essi sono virtualmente non differenziabili, quando vengono riuniti, dopo un passaggio attraverso un altro cristallo di calcite in contro-fase, ridanno un unico raggio di luce i cui fotoni sono ancora polarizzati nello stesso modo di partenza Vedi illustrazione seguente). Prendiamo N fotoni con proprietà Δ che incidono su due cristalli di calcite (Ideali) allineati e disposti uno inversamente all'altro. Tutti gli N fotoni trasmessi emergono dal secondo cristallo con proprietà Δ, ossia vengono trasmessi da un polaroid analizzatore orientato verticalmente.

Tale comportamento è diverso da quello di un insieme di N fotoni dei quali : metà con proprietà □ e metà con proprietà ◊. Solo metà di essi (in media) verrebbe trasmesso dal polaroid analizzatore.

http://www.fisica.uniud.it/URDF/interreg/quanto/schede/sch19i.htm

Data la corrispondenza tra cammino e polarizzazione, il diverso comportamento dei due insiemi di fotoni comporta l'impossibilità di attribuire una traiettoria al fotone.



In altre parole i fotoni virtuali polarizzati costituiti da fotoni ed antifotoni, si dividono in due raggi che subito dopo ritornano ad oscillare, mostrando solo le particolarità virtuali di un fotone senza massa. I due raggi di fotoni sono però entangled fra loro e dunque pur continuando a vibrare sullo stesso piano sono in contro-fase tra loro. Questo vuol dire che, uscendo dai due cristalli, saranno esattamente come sono entrati L'eventuale differenza che esiste tra i due tipi di fotoni virtuali è che essi, pur apparendo identici, al di sotto del tempo di Planck, mostrano una polarizzazione lungo l'asse della energia di evideon opposta di 180 gradi (ma vibrano nello stesso piano e non sono differenziabili da una lente polarizzatrice. Il cristallo di calcite interagisce con i fotoni virtuali solamente distinguendoli in due sottogruppi che, subito dopo, tornano ad essere indistinguibili se non fosse che sono entangled da quel momento, fino a che rimangono divisi. Il polarizzatore non potrà mai distinguerli, anche se sono diversi.

I risultati di questa fisica sarebbero in accordo con l'esistenza di un fotone virtuale fatto in realtà di due forme limiti di risonanza: altrimenti non si vede perché il cristallo di calcite, dovrebbe separare due stati quantici di polarizzazione del fotone essendo essi legati ad una particella simmetrica, che non avrebbe la sua antiparticella.

La separazione dei due raggi invece mostra come si possa ottenere la separazione enantiomorfa della miscela racema dei fotoni, utilizzando un cristallo di calcite che si comporterebbe come una colonna cromatografica chirale; la miscela di fotoni ed antifotoni si comporterebbe come una miscela di enantiomeri durante una separazione su colonna chirale.

http://www.chimicamo.org/chimica-organica/risoluzione-di-una-miscela-racemica.html


Approfondimento.


A questo punto è necessario un approfondimento per il lettore non avvezzo ad alcuni termini tecnici che abbiamo usato fino ad ora. Due oggetti definiti come uno l'immagine speculare dell'altro sono enantiomorfi e sono distinguibili solo perché, non avendo un piano di simmetria, non hanno le immagini speculari che si possono sovrapporre. Tutte le altre proprietà sono identiche. Non sono dunque separabili o distinguibili in nessun modo. L'unico modo per farli comportare diversamente è farli interagire con qualcosa di non simmetrico. In quel contesto la cosa non simmetrica che interagisce con una enantio forma o con l'altra, crea una coppia che si definisce diastereoisomerica. I diastereoisomeri sono diversi in tutto e dunque sono separabili ma soprattutto hanno energie di interazione differenti e questo porta ad alcune interessanti conseguenze come che una interazione sia più favorita, in termini energetici (cinetici), dell'altra.

Più i diastereoisomeri si differenziano in simmetria e più differente è l'energia necessaria a farli interagire.

Facciamo un esempio semplice. Sappiamo che i fotoni interagiscono con gli elettroni superficiali del materiale con cui vengono a contatto. Sappiamo che per l'impostazione evideonica, un elettrone, cioè un leptone, è costituito di un fotone legato ad un antifotone (Vedi Evideon). Dunque il leptone non è simmetrico e quando interagisce con un fotone virtuale, tale interazione avrà due possibili percorsi.

F1 - F* + Fv ↔ F1 - F* - F ↔ F1 + F* - F (fotone e positrone)

Fv + F1 - F* ↔ F* - F1 - F* → F* + F* - F1 (antifotone e elettrone)

Fv = Fotone Virtuale, F* = Antifotone, F1 = Fotone di energia 1,
F - F*= Elettrone, F* - F = Positrone, F - F* - F=Quark, F* - F - F* = Anti Quark.


I due processi sono enantiomorfi e hanno la stessa probabilità di accadere; ma se uno dei due processi accade, deve per forza svolgersi parallelamente anche il secondo, altrimenti, localmente, la simmetria viene distrutta. Questo vuol dire che nella realtà virtuale di Evideon ci sono alcuni processi che non possono accadere se non in coppia con i loro anti processi e questo accade quando si cerca di far reagire tra loro particelle subatomiche composte, nella loro totalità, da un numero dispari di unità fotoniche ed o antifotoniche, come in questo caso. (Vedi Appendice 2).

Questo è il motivo fondamentale del perché i quark non possono esistere da soli, essendo costituiti da tre unità, due fotoniche ed una antifotonica. Invece i quark si trovano sempre in compagnia dei loro antiquark (nei mesoni). L'entanglement quantistico è una conseguenza di questo aspetto della fisica dell'universo virtuale poiché la prima cosa che accade è la separazione in due parti della Coscienza.

In questo contesto, l'interazione di un solo fotone con un elettrone, è possibile solo se si ammette che il fotone che reagisce con l'elettrone gli ceda tutta la sua energia. In altre parole il fotone si aggancia all'elettrone ed annulla il suo asse delle energie, facendo elongare i due assi delle energie della parte fotonica ed antifotonica dell'elettrone. In altre parole il fotone non si aggancia né come fotone né come antifotone ma come fotone virtuale, cioè come una specie senza asimmetria ma con un piano speculare, fornendo un elettrone che ci appare con una energia più elevata.



Questo oggetto presenta quasi le stesse caratteristiche dell'elettrone di partenza (ha la stessa simmetria ma ha energia differente poiché il contributo energetico del fotone di partenza, sotto forma di lunghezza del suo asse delle energie, si è redistribuito sull'asse della componente fotonica dell'elettrone stesso, (allungando l'asse stesso) e quando torna allo stato energetico di base, può effettuare il processo inverso cioè eliminare un fotone di opportuna energia (riformare il fotone con asse delle energie non nullo). Il fotone virtuale che si è agganciato all'elettrone, come vedremo in seguito, ha libertà di movimento rotazionale sopra e sotto il suo piano orizzontale e questo bending, provoca la capacità di staccarsi facilmente, rispetto ad una struttura rigida come il quark (vedi in seguito).

Il fotone virtuale, se si aggancia all'elettrone dalla parte fotonica o dalla parte antifotonica, può produrre una identica specie intermedia (vedi Appendice 3) che si interconvertirà in un elettrone a più alta energia.

In realtà noi vediamo solo l'effetto finale di questi due processi; la fisica quantistica teorica dimostra che se l'antifotone esiste, non solo ha elicità diversa da quella del fotone ma la sua elicità (spin) gli impedisce per le regole di simmetria di agire sulla materia come fa la sua forma fotonica, con la stessa probabilità (Vedi Appendice 3).

Dunque noi vediamo, nella nostra semi realtà, solamente un fotone che, se colpisce l'elettrone dell'orbitale 1s dell'atomo di idrogeno, lo fa saltare da un livello quantizzato con numero quantico principale eguale ad 1, ad un livello quantizzato superiore con n = 2. Proprio come previsto dalla visione evideonica. Quest'ultima però è in grado di formulare l'ipotesi di dove finisca il fotone che in questo processo sembra scomparire e che invece rimane incollato, nella sua forma planare, all'elettrone stesso, pronto ad essere riemesso quando il processo contrario accade. Il contrario accadrà nell'anti atomo di idrogeno, come supposto dalla letteratura scientifica. (W. Perkins, "The Antiparticles of Neutral Bosons," Journal of Modern Physics, Vol. 4 No. 12A, 2013, pp. 12-19. doi: 10.4236/jmp.2013.412A1003).


Interazioni fra fotoni ed elettroni.


Ma i fotoni interagiscono fra loro?

Tecnicamente se i fotoni non avessero massa essi dovrebbero passare uno dentro l'altro senza urtarsi né avere alcuna interazione fra loro e questo è quello che effettivamente potrebbe accadere se, i fotoni che interagiscono, sono virtuali nell'istante in cui l'asse dell'energia (nell'Evideon l'asse verticale caratterizzato dai colori verde e magenta) è nullo. In quel momento infatti il fotone e l'antifotone sono la stessa cosa poiché hanno un piano di simmetria (il piano spazio temporale) che permette totale sovrapposizione tra le due formule limiti di risonanza (fotone ed antifotone). Sperimentalmente sembra infatti che se io prendo due raggi laser e li incrocio fra loro i due raggi sembrano non avere interazione fra loro, confortando l'idea che il fotone non abbia massa.

Purtroppo, anche se la fisica dice ciò, esistono numerose sperimentazioni e lavori teorici che dimostrano tutto il contrario.

Come è possibile che un fotone venga attratto dalla gravitazione se esso, non avendo massa, non è soggetto alla forza di gravità?

Einstein, per scavalcare questo problema sostiene che lo spaziotempo si piega sotto l'interferenza di una grande massa. Essendo che il campo di esistenza del fotone è relegato al piano spaziotemporale, il fotone scivola su di esso e risentendo della piegatura di quest'ultimo, da l'impressione di cadere nella buca provocata dalla massa di un corpo. Qualcosa però non torna.



Paul Dirak, sostiene che non è necessaria una grande massa per distorcere o dare l'impressione che il campo spaziotemporale si pieghi.

Secondo i calcoli infatti basta il nucleo di un atomo pesante come il Mercurio, per far sì che l'elettrone dell'orbitale 1s di questo elemento, vada ad una velocità pari a circa un quarto della velocità della luce. (la velocità di talee elettrone sarebbe infatti data dal numero atomico del Mercurio moltiplicato la costante di struttura fine dell'universo pari a Z x Alfa = 80/137) Tale alta velocità, produrrebbe una contrazione spaziotemporale degli orbitali atomici di forma sferica di tipo "s" che schermerebbero il nucleo dell'atomo, producendo un rigonfiamento degli orbitali di differente geometria come gli orbitali "2p" e "d".

Tutto ciò, ampliament e documentato dai lavori scientifici produrrebbe la liquidità del mercurio. (F Calvo et al, Angew. Chem., Int. Ed.. 2013, DOI: 10.1002/anie.201302742).

Ma questo vuol dire che non è l'effetto della massa a produrre una alterazione forte del tessuto spaziotemporale.


Ma la teoria della relatività che validità possiede?


Albert Einstein è un nome molto conosciuto perché premio Nobel per la Fisica non per la teoria della relatività, come qualcuno crede, ma per l'effetto fotoelettrico, che è tutta un'altra cosa.

Come comprese Einstein, riprendendo la teoria di Planck, l'effetto fotoelettrico evidenzia la natura quantistica della luce. Nella radiazione elettromagnetica l'energia non è distribuita in modo uniforme sull'intero fronte dell'onda ma concentrata in singoli quanti (pacchetti discreti) di energia, i fotoni, ed ogni fotone interagisce singolarmente con un elettrone, al quale cede la sua energia. Affinché ciò si verifichi, è necessario che il fotone abbia un'energia sufficiente a rompere il legame elettrico che tiene legato l'elettrone all'atomo. Questa "soglia minima" di energia del fotone si determina in base alla relazione di Einstein : E = h·(c/λ) (dove "h" è la costante di Planck, "λ" è la lunghezza d'onda e "c" la velocità della luce). Sicuramente la teoria della relatività è qualcosa di più ampio impatto perché rappresenta o vuole rappresentare un descrittore di tutto l'Universo mentre l'effetto fotoelettrico rappresenta solo un comportamento che descrive l'interazione tra fotoni ed elettroni superficiali.

Come mai la massima onorificenza scientifica conferita ad Einstein non parla della relatività? In altre parole, il riconoscimento scientifico ad Einstein viene dato per una scoperta che permetterà a Compton di scoprire l'omonimo effetto. L'esperimento di Compton consisteva nell'invio di un fascio collimato di fotoni (raggi X con &labda; = 0,0709 nm) su un bersaglio di grafite, e nell'osservazione dello spettro dei fotoni diffusi e quindi della loro lunghezza d'onda (λ).

Quello che vide il fisico statunitense fu che, oltre all'emissione di fotoni della stessa, vi erano anche raggi X di lunghezza d'onda maggiore (in media di 0,0731 nm), e quindi di frequenza minore (meno energetici). Inoltre l'aumento assoluto della lunghezza d'onda della radiazione diffusa, per un qualsiasi angolo di diffusione, era indipendente dalla lunghezza d'onda della radiazione incidente.

http://www.lucevirtuale.net/percorsi/b3/effetto_compton.html



Nel 1923 Arthur Holly Compton realizzò il seguente esperimento. Egli indirizzò un fascio monocromatico di raggi X contro un bersaglio di grafite e analizzò le proprietà della radiazione in uscita. I dati sperimentali mostrarono che la lunghezza d'onda λf della radiazione diffusa finale è maggiore della lunghezza d'onda λ della radiazione incidente; la differenza λf - λi inoltre, dipende dall'angolo . ungo la cui direzione la radiazione viene diffusa. Come per l'effetto fotoelettrico e per il corpo nero, questo risultato è incomprensibile sulla base delle leggi della teoria ondulatoria classica della luce, secondo la quale i raggi X incidenti dovrebbero essere diffusi in tutte le direzioni, con la medesima lunghezza d'onda, contrariamente ai risultati sperimentali. Compton stesso riuscì a spiegare questo comportamento dei raggi X.

Egli fece ricorso alla teoria della relatività ristretta e, soprattutto, suppose che i raggi X, nell'urto con gli atomi della grafite, si comportassero come delle vere e proprie particelle dotate di energia e di impulso (cioè di massa).

Se la teoria di Einstein sulla relatività fosse errata allora l'effetto Compton dovrebbe cercare altrove le sue spiegazioni, e siccome sia l'effetto fotoelettrico che i dati scoperti da Compton, riguardano una forte interazione fra un fotone privo di massa ed un elettrone considerato una particelle indivisibile, ci potrebbe invece essere una diversa spiegazione con la visione evideonica dell'universo.

Che la teoria della relatività sia errata lo pensano oggi in molti, anche se in genere, non si ha il coraggio di dire quello che si pensa perché andare contro l'idea che abbiano dato un Nobel a qualcuno che aveva sbagliato, quasi tutto, non è oggi di moda.

L'equazione della relatività di Einstein non sarebbe, in realtà, di Albert Einstein, bensì di un matematico autodidatta italiano, Olinto De Pretto. La sconcertante rivelazione arriva dal serissimo giornale inglese "Guardian" che già otto anni fa aveva raccontato la genesi della celebre formula della relatività (il tempo e il movimento sono relativi alla posizione dell'osservatore, se la velocità della luce è costante), altrimenti conosciuta come E = mc2 (l'energia è uguale al prodotto della massa per il quadrato della velocità della luce) e che ha riproposto la controversa questione circa la primogenitura dell'equazione forse più famosa al mondo. In realtà la famosa formula E = mc2 non è stata nemmeno scovata da Einstein come riporta, in un articolo di giornale, Simona Marchetti, il 13 aprile 2007, sul Corriere della Sera: "Stando a quanto si racconta, il 23 novembre del 1903 l'italiano De Pretto, un industriale di Vicenza con la passione per la matematica, avrebbe pubblicato sulla rivista scientifica "Atte", un articolo dal titolo "Ipotesi dell'etere nella vita dell'Universo", in cui sosteneva che "la materia di un corpo contiene una quantità di energia rappresentata dall'intera massa del corpo, che si muovesse alla medesima velocità delle singole particelle". Insomma, la celebre E=mc2 spiegata parola per parola, anche se De Pretto non mise la formula in relazione con il concetto di relatività, ma con la vita dell'universo.



Secondo la ricostruzione fatta dal professor Umberto Bartocci, docente di Storia della matematica all'Università di Perugia, questo difetto nell'impostazione di De Pretto sarebbe stato il motivo per cui inizialmente il significato dell'equazione non venne capito. Solo successivamente, nel 1905, lo studioso svizzero Michele Besso avrebbe avvisato Albert Einstein del lavoro svolto due anni prima da De Pretto e delle conclusioni alle quali era arrivato, che il geniale fisico e matematico avrebbe poi fatto sue, senza tuttavia attribuire alcun merito all'italiano. Questa, ovviamente, è la tesi di Bartocci, alla quale il professore ha dedicato pure un libro, pubblicato nel 1999 da Andromeda : Albert Einstein e Olindo De Pretto - La vera storia della formula più famosa del mondo, dove viene appunto spiegata la teoria della "contaminazione einsteiniana" ad opera di De Pretto, morto nel 1921. "De Pretto non scoprì la relatività - ha riconosciuto Bartocci - però non ci sono dubbi sul fatto che sia stato il primo ad usare l'equazione e questo è molto significativo. Sono anche convinto che Einstein usò le ricerche di De Pretto, sebbene questo sia impossibile da dimostrare".

Nel corso degli anni ci sono poi state altre polemiche circa i contributi scientifici che avrebbero permesso ad Einstein di scoprire e rendere pubblica la rivoluzionaria formula nel 1905 e fra questi, particolarmente importanti si dice siano state le ricerche del tedesco David Hilbert. Sembra, però, impossibile porre fine alla controversia e nemmeno Edmund Robertson, professore di matematica dell'Università di St.Andrew, è riuscito nell'intento : "Una grande parte della matematica moderna è stata creata da gente a cui nessuno ha mai dato credito, come ad esempio gli Arabi - ha raccontato Robertson al Guardian - Einstein può avere preso l'idea da qualcuno, ma le idee stesse arrivano da ogni parte. De Pretto merita sicuramente credito per gli studi che ha svolto e il contributo che ha dato, se queste cose si possono provare. Ma ciò non toglie, comunque, che la genialità di Einstein resti indiscutibile".

Il dubbio persiste, le polemiche pure, la sola certezza è proprio quell'equazione E = mc2, di cui tutti, almeno una volta, hanno sentito parlare!. Discover di Marzo 2012 pubblica le ricerche di alcuni scienziati che rivedono totalmente le idee di Einstein. Recenti studi effettuati sugli appunti originali di Einstein mostrano una serie di gravi errori che lui avrebbe effettuato . Così appare e così viene dichiarato con una frase che non lascia alcun dubbio interpretativo : "Einstein's theory of relativity is arguably the 20th century's greatest idea. But not everything he did was right : Some newly uncovered work from the brilliant physicist was wrong. Really, really wrong." Così dichiara Jeoff Brumeiel il 14 Marzo del 2014.

http://www.npr.org/2014/03/20/291408248/einsteins-lost-theorydiscovered-and-its-wrong



Inoltre misure più precise effettuate con apparecchiature più sofisticate dimostrano chiaramente che la teoria di Einstein deve essere rivista. Per esempio i rapporti tra masse di particelle subatomiche non sembrano essere costanti ma fluttuano nello spaziotempo di Einstein, al contrario di quanto previsto dalla sua teoria.

http://www.npr.org/2013/08/22/214186448/the-worlds-most-precise-clock-could-proveeinstein-wrong



In ogni caso, molti sono i dubbi che, di giorno in giorno, si affacciano alla ribalta del mondo fisico, che cominciano a incrinare l'idea della reale esistenza di una relatività legata alla piegatura di un campo, quello spaziotemporale proposto da Einstein, che pare non credesse alla teorie dei campi.

http://www.npr.org/blogs/13.7/2011/09/28/140839445/iseinstein-wrong

Marco De Paoli scrive nel suo libro : "Sui fondamenti della teoria della relatività, che domina la scena della fisica contemporanea, rimane la necessità di una più adeguata riflessione epistemologica.

La riflessione si amplia in una approfondita analisi della cosmologia imperante da decenni che, saldatasi alla cosmologia einsteiniana, ha progressivamente imposto l'inverosimile teoria di un universo in espansione a partire da una misteriosa "singolarità" creatrice esplosa con il cosiddetto Big Bang.

Tale teoria si è potuta imporre solo attraverso una lettura unilaterale e riduttiva dello spostamento verso il rosso della luce galattica e della radiazione di fondo diffusa nell'universo, mentre gli stessi dati sembrano aprire ad altre più plausibili interpretazioni alternative."



Ma ancora altri fisici cominciano a rivedere l'idea della piegatura dello spaziotempo, fornendo nuove ipotesi di lettura dei fenomeni fisici legati alla gravitazione. : Il noto matematico e fisico Fock a riguardo della relatività si esprime così : "It is... incorrect to call Einstein's theory of gravitation a 'General theory of relativity' all the more since 'The general principle of relativity' is impossible under any physical coditions". Inoltre, in un articolo dal titolo "What is wrong with relativity" Bulletin of the Institute of Physics and Physical Society, Vol. 18 (March, 1967) pp.71-77, G. Burniston Brown demolisce quasi tutti gli aspetti della teoria relativistica.

Tale teoria si è potuta imporre solo attraverso una lettura unilaterale e riduttiva dello spostamento verso il rosso della luce galattica e della radiazione di fondo diffusa nell'universo, mentre gli stessi dati sembrano aprire ad altre più plausibili interpretazioni alternative."

http://homepage.ntlworld.com/academ/whatswrongwithrlativity.html

In parole semplici qualcosa nella relatività non funziona e quello che non funziona è sempre legato a previsioni legate alla massa dei corpi. La materia oscura e le previsioni sulla sua quantità, le interrelazioni tra fotone e sua massa apparente, i, rapporti fra massa di neutroni e protoni, la formulazione di un ipotetico Big Bang in relazione alla qualità e quantità della radiazione di fondo, il Red Shift delle galassie, la non trascurabile mancata relazione tra relatività e quantistica, dove il nodo fondamentale è una gravito quantistica che non riesce a vedere la luce e soprattutto la natura del fotone classico che si comporta come se fosse un oggetto in realtà a massa variabile, rende la relatività piuttosto incompleta. Quando il fotone ha alta energia interagisce con la materia e quando ha bassa energia ci passa nel mezzo. La stessa struttura dello spaziotempo si piega sotto la massa: oppure è la sua piegatura che produce l'effetto della massa, fa ricordare molto l'assenza di dualità nell'universo evideonico, dove la causa e l'effetto sono esattamente la stessa identica cosa, lo stesso evento, visto in modo duale, solo per la postulata presenza di un tempo che sembra, per il fisico, Bohm non esistere.

Fondamentalmente il nodo sta tutto nel concepire una energia che si comporta come massa o viceversa, tanto da far considerare un fotone o come un proiettile o come una onda. Ma se il fotone è solo un campo elettromagnetico, come farà ad interagire con un campo gravitazionale in una teoria che prevede che una piegatura spazio temporale può esistere solo se esiste una massa? Eppure i fotoni, nell'effetto fotoelettrico, "sbattono" contro gli elettroni talmente fortemente, da spingere, secondo la teoria di Compton, a far schizzar via l'elettrone con un angolo ed una traiettoria particolari. Ma se la teoria della relatività è sbagliata allora anche la spiegazione dell'effetto Compton lo è e soprattutto come si spiega nell'effetto Compton che il fotone deflesso in uscita si comporti come un proiettile che ha una energia minore del fotone in entrata?.

Dove va a finire l'altra energia?.

Ovviamente se l'elettrone avesse la struttura proposta in Evideon ed il fotone fosse un fotone virtuale in oscillazione con il suo antifotone, molte cose si potrebbero spiegare agevolmente. L'elettrone non sarebbe puntiforme, l'urto potrebbe essere anelastico ed a seconda di come il fotone virtuale colpisce l'elettrone, ecco scaturire angoli differenti di uscita del nuovo fotone (che non sarebbe quello che ha urtato l'elettrone ma quello che prima era legato all'antifotone che costituiva l'elettrone stesso). In altre parole, un fotone virtuale, nella sua configurazione fotonica (non antifotonica), colpisce l'elettrone (fotone antifotone legati assieme). Il fotone proiettile si aggancia all'elettrone, cedendo la sua energia che, a sua volta, libera un fotone con energia eguale o minore di quella posseduta dal fotone incidente. Siccome l'asse delle energie del fotone incidente oscilla tra due valori quantizzati - L, e + L (con L = lunghezza dell'asse delle energie), il fotone uscente avrà angoli ed energie differenti: eguali o più basse della energia massima consentita per un fotone od un antifotone in valore assoluto. (per una soluzione banale del problema vedere qui :

http://www.ilmondodelletelecomunicazioni.it/argomento.php?id_lezione=56&id_capitolo=445


Fotoni che interagiscono tra loro. Uno viene assorbito e l'altro inverte la rotta e torna indietro nello spazio.


Non solo la fisica prevede che i fotoni possano interagire con la materia ma anche tra loro ed anche in modo forte. Alcuni ricercatori della Università di Vienna, nel novembre del 2014, sono riusciti a far interagire due fotoni che, passano assieme dentro un opportuno risuonatore, che può accettare l'entrata di un solo fotone. L'assorbimento di un fotone nel risuonatore e l'inversione di rotta dell'altro che torna indietro nello spazio, creando un entanglement fra i due fotoni, sembra essere quello che accade. Secondo il modello evideonico, questo vuol dire che un fotone sta ruotando il suo spin in controfase rispetto all'altro (coppia di fotoni virtuali entangled).



http://io9.com/in-this-image-two-photons-interact-heres-why-its-grou-1654502848

Ma anche prima di questi esperimenti altri ricercatori erano riusciti nel 2007, a livello teorico, a verificare che i fotoni possono interagire fra loro, se hanno opportune alte energie.

http://arxiv.org/pdf/quant-ph/0301146.pdf

Nel 2013, alcuni ricercatori, fanno "sbattere assieme" (si dovrebbe dire "interagire") due fotoni e ne ottengono un altro caratterizzato dalla somma delle energie dei primi due. (Nonlinear Interaction between Single Photons T. Guerreiro, A. Martin, B. Sanguinetti, J. S. Pelc, C. Langrock, M.M. Fejer, N. Gisin, H. Zbinden, N. Sangouard, and R.T.Thew, Phys. Rev. Lett. 113, 173601 ? Published 22 October 2014).



http://journals.aps.org/prl/abstract/10.1103/PhysRevLett.113.173601

In questo articolo però si mostra come due fotoni si possano sommare fra loro per creare un super fotone. Ma come spiegare che la somma di due fotoni dia fisicamente un solo fotone con energia differente? Ciò significa che i fotoni si possono sommare solo sulla loro componente energetica. Una spiegazione di questa ipotesi è legata all'osservazione che i due fotoni sparati nella stessa direzione andando alla velocità della luce arrivano tutti e due allo stesso tempo sul rivelatore, altrimenti apparirebbero come due fotoni distinti. In quel contesto il rivelatore misura la media dei valori delle due energie facendo due misure contemporaneamente (non località dello spaziotempo). In quel contesto un fotone che ha una lunghezza d'onda di 1551 nanometri ed uno con lunghezza d'onda di 1560 nanometri forniscono una lunghezza d'onda media di 1555,5 nanometri che equivale all'energia di uno solo apparente fotone. I due fotoni sono lo stesso unico evento e possono essere identificati come un solo fotone.



Ciò significa che possiamo sommare i fotoni o sottrarli tra loro sommando e sottraendo solo i valori degli assi verticali, delle energie, del fotone evideonico. L'energia totale, messa in gioco, appare essere la somma delle energie dei due fotoni, corrispondente ad una lunghezza d'onda pari a 777,75 nanometri, approssimata a 778 nanometri, dato oggettivamente ottenuto. In questo contesto si può anche prevedere il meccanismo di addizione di un elettrone ad un fotone, visto prima, dove il risultato finale è un elettrone che ha ?allungato? gli assi della componente fotonica ed antifotonica di una stessa quantità derivante dal contributo energetico del fotone che si lega alla struttura elettronica, azzerando il valore del suo asse delle energie. Queste conclusioni portano a concludere che in una struttura elettronica, le lunghezze dei vari assi delle unità fotoniche possono subire variazioni interne, facendo salve le leggi della simmetria e la conservazione della energia. Questi dati spiegano come sia possibile che un fotone virtuale si agganci ad un elettrone (Vedi Appendice 3). Inoltre va notato come, da tutti gli esperimenti noti in letteratura, si evinca che: quando il fotone ha bassa energia non interagisce e si comporta come onda ma quando ha energia elevata, si comporta come particella, con urti elastici.

Un interessante punto di vista sulla massa del fotone è espresso in Optiks (Evaluating the gravitational interaction between two photons M.A. Grado-Caffaro*, M. Grado-Caffaro Scientific Consultants, C/Julio Palacios 11, 9-B, 28029 Madrid, Spain.). In questo lavoro, utilizzando l'equazione di Klein Gordon si calcola l'energia gravitazionale che un fotone eserciterebbe su un altro fotone di energia differente, sostenendo che la massa apparente a riposo del fotone è non nulla.

Al di la del complesso formalismo matematico, gli autori, sostengono che :

On the other hand, we define the gravitational energy of interaction relative to rest-mass between the two photons as



Moreover, given that the photon rest-mass is wavelength dependent, one has for a given wavelength :



Nell'articolo si considera m ed m' le masse dei due fotoni che interagiscono tra loro e si dichiara che: m = (hc / λ) / c2 = h / (λc) e m' = (hc / λ + ε)) / c2 = h/c (λ + ε), dove h è la costante di Planck, Lambda è la lunghezza d'onda del fotone di massa m ed epsilon è la differenza fra le lunghezze d'onda tra i due fotoni e c ovviamente, la velocità della luce.

http://www.sciencedirect.com/science/article/pi/S0030402612001775

In altre parole si considera che un fotone sia come una particella che ha una massa apparente dipendente dalla sua frequenza. In accordo con la visione evideonica del fotone si può evincere che: non solo due fotoni possono gravitazionalmente interagire ma lo faranno solo se hanno energie elevate perché solo in quel caso avranno masse apparenti elevate. Ma ai più sarà sfuggita una particolarità interessante.

Gli autori, per effettuare queste elucubrazioni, usano la formula di Klein Gordon. Per chi non lo sapesse, Klein e Gordon, tentano di applicare la formula di Schrödinger, opportunamente modificata, (che calcola la funziona d'onda dei Fermioni ed in particolare degli elettroni) per i bosoni (tra cui i fotoni), e creare un punto di unione tra la relatività di Einstein e la quantistica di Planck.

Come però ci ricorda la dottoressa Antonella Vannini, nella sua tesi di dottorato presso la facoltà di Psicologia 1 della Università di Roma "La Sapienza", con una tesi dal titolo "Un modello sintropico della Coscienza", La stessa equazione probabilistica fondamentale, sviluppata da Max Born nel lontano 1926, contiene un riferimento esplicito alla natura del tempo e ai due possibili tipi di equazione di Schrodinger, una che descrive le onde anticipate e l'altra che descrive le onde ritardate.

C'è un fatto importante: a partire dal 1926, ogni volta che i fisici hanno preso l'equazione di Schrodinger per calcolare le probabilità quantistiche, hanno di fatto preso in considerazione la soluzione delle onde anticipate, quindi l'influsso delle onde che viaggiano a ritroso nel tempo, senza neppure rendersene conto. Nell'interpretazione di Cramer la matematica, a partire dall'equazione di Schrodinger, e` esattamente la stessa dell'interpretazione di Copenhagen. La differenza sta, esclusivamente, nell'interpretazione. L'interpretazione di Cramer riesce nel "miracolo" di risolvere tutti i misteri e gli enigmi della fisica quantistica, rendendola, inoltre, compatibile con i presupposti della relatività ristretta.

La transazione tra onde ritardate, provenienti dal passato, e onde anticipate, provenienti dal futuro, da luogo ad una entità quantistica con proprietà duali onda/particella. La proprietà delle onde e` conseguenza dell'interferenza delle onde ritardate e anticipate e la proprietà della particella e` dovuta alla localizzazione della transazione.

Questo miracolo si ottiene pero al prezzo di accettare che l'onda quantistica possa realmente viaggiare a ritroso nel tempo. A prima vista, cio` e` in aperto contrasto con la logica comune, che ci dice che le cause devono sempre precedere l'evento causato, ma il modo in cui l'interpretazione transazionale considera il tempo differisce dalla logica comune, giacché l'interpretazione transazionale include esplicitamente gli effetti della teoria della relatività. L'interpretazione di Copenhagen tratta, invece, il tempo in modo classico, potremmo dire "newtoniano", e questo e` all'origine delle incongruenze che si manifestano oggi, come evidenziato dai lavori nei quali si tenti di spiegare i risultati di esperimenti come quello di Aspect e della doppia fenditura.

Cramer, in pratica, ha scoperto un legame molto profondo tra relatività e meccanica quantistica e ciò rappresenta il nocciolo della sua interpretazione.?.

Ora Klein e Gordon nella loro formula, mettono in mostra il fatto che esistono due soluzioni per la funzione d'onda del fotone, una positiva e l'altra negativa, come evidenziato dai lavori di Caffaro citati prima.

Nell'espressione relativistica, l'energia totale (che tiene conto dell'operatore energia cinetica e della massa a riposo) è così descrivibile :



Si potrebbe allora banalmente cercare una soluzione in maniera simile a quanto fatto con l'equazione di Schrödinger :



ma in questo modo, quando si va a sostituire all'impulso l'operatore "nabla", ci si trova di fronte alla radice quadrata di un operatore.

(http://it.wikipedia.org/wiki/Operatore_nabla)

L'idea per ovviare a questo inconveniente è quindi di proporre una sorta di quadrato di quest'ultima equazione :



Ma così facendo si perdono tutte le soluzioni negative in modo totalmente arbitrario. In parole povere, per il fotone, esistono due funzioni d'onda: una che è negativa e va nel passato ed in direzione spaziale opposta a quella che ha energia positiva che va nel futuro. Tutto ciò, detto in termini evideonici, vuol dire che la fisica moderna ha già calcolato l'esistenza dell'antifotone ma ha scartato a priori la sua esistenza nonostante che la matematica e la simmetria dicano il contrario.

http://en.wikipedia.org/wiki/Klein%E2%80%93Gordon_equation

L'antifotone avrebbe la caratteristica di muoversi in una dimensione dove l'entropia diminuisce (negentropia o entropia negativa, proposta da Erwin Schrödinger nel 1943 e ripresa da Luigi Fantappiè negli stessi anni).

http://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Fantappi%C3%A9


Aspetti relativi al fotone nella realtà evideonica.


Dunque la fisica moderna non si accorge della esistenza dell'antifotone perché esso si interconverte alla velocità della luce nella sua immagine speculare, attraverso un rapido effetto tunnel. Le soluzioni matematiche che portano alla verifica teorica di questo evento vengono trascurate perché non comprensibili, solo perché la consapevolezza del fisico moderno non arriva ancora a comprendere che il fotone è come una medaglia di cui si vuol ostinatamente vedere solo una faccia.

La fisica moderna vede dunque il fotone come una particella priva di antiparticella ma non è in grado di comprenderne il comportamento fino in fondo cercando soluzioni alternative a volte decisamente pittoresche. Se rivediamo gli esperimenti di collisioni effettuati fra fotoni e fotoni o fra fotoni ed elettroni ci accorgiamo invece come il modello evideonico sia in grado di sopperire a tutti i lack di comprensione.

Un esperimento fra tutti, ci fa comprendere come le vecchie interpretazioni pittoresche anche fornite da eminenti scuole di fisica, cadano di fronte a banali obiezioni. In un articolo di qualche anno fa, Raymond Y.Chiao, Paul G. Kwiat e Aephraim M. Steinberg produssero un interessante esperimento che pubblicarono nel 1993 sulla rivista Nature.

Fecero sparare da un cannone fotonico due fotoni, nati nello stesso momento, uno a destra ed un altro a sinistra verso due rivelatori di fotoni.

I due fotoni viaggiando alla velocità della luce arrivarono entrambi ai rispettivi bersagli impiegando lo stesso tempo, poiché i due bersagli erano equidistanti dalla sorgente fotonica. In un secondo esperimento uno dei due cammini ottici fu modificato con l'aggiunta di uno specchio.

Si spararono cento fotoni a destra, nel cammino libero e cento fotoni a sinistra nel cammino con lo specchio come ostacolo. I primi cento fotoni arrivarono in orario sul bersagli alla velocità della luce. I secondi cento fotoni rimbalzarono sullo specchio e vennero riflessi indietro.

Ci si accorse però che lo specchio non era perfetto e su cento fotoni, uno passava lo stesso attraverso lo specchio e proseguiva la sua traiettoria verso il secondo bersaglio. Lo specchio aveva evidentemente una riflettanza del 99%.

Ebbene il fotone che riusciva a passare attraverso lo specchio, mostrava una velocità pari a circa 1,7c; viaggiava cioè apparentemente quasi al doppio della velocità della luce. Nel corso degli esperimenti ci si accorse che in alcune giornate, più di un milione di fotoni riuscivano a passare lo specchio ed arrivare sul bersaglio prima dei tempi previsti dalla barriera della velocità della luce.



La spiegazione ufficiale fu la seguente: ?non è vero che i fotoni che sono passati attraverso lo specchio hanno superato la velocità della luce; il fotone è come una onda che rappresenta la probabilità di esistenza del fotone stesso.

Non è dunque vero che lo specchio faceva passare solo un fotone su cento, riflettendo gli altri novantanove ma faceva passare un novantanovesimo di probabilità che il fotone passi, riflettendo o respingendo il novantanove per cento di possibilità statistica che un fotone passi. Se si graficano le due curve gaussiane di probabilità, si scopre che la probabilità pari a 99% è come una tartaruga con un guscio molto grande rispetto alla tartaruga, cento volte più piccola che rappresenta la gaussiana relativa all'1% di probabilità.

Le due gaussiane-tartarughe vanno alla stessa velocità della luce ma sembra che la piccola arrivi prima perché il campanello d'allarme che indica l'arrivo sul bersaglio suona quando tutta la tartaruga è passata.

In quel contesto sembra che la prima tartaruga cioè il'1% di fotone, ovvero un fotone su cento, che riesce a passare attraverso lo specchio, abbia superato la velocità della luce.

http://astrolab.altervista.org/articoli/luce.html


La vera spiegazione dell'evento.


Sia i fisici che hanno scritto l'articolo scientifico che gli eventuali referee della rivista Nature non si ricordano però di una proprietà importante dei fotoni che, se presa in considerazione, invalida immediatamente la spiegazione ufficiale data dagli autori dell'articolo. Nella pubblicazione si dichiara che il fotone si comporta come onda al novantanove per cento mentre l'uno per cento passa dallo specchio e si comporterà in seguito da particella. Purtroppo sia Born che Bohm sostengono, seppure in modo differente che i fotoni sono onde e /o particelle ma quando si deicide che un fotone è una onda o una particella tutto il resto si comporterà nello stesso modo. In parole povere non è possibile far comportare un singolo fotone in parte da onda ed in parte da particella. A prescindere dal fatto che non tornerebbe nemmeno la spiegazione sulla gaussiana poiché la velocità del fotone sarebbe dipendente dai grafismi del ricercatore, anche in questo caso, il modello evideonico è in grado di fornire una più esaustiva spiegazione.

Essendo che il fotone virtuale è in risonanza con le sue due forme enantiomorfe (fotone ed antifotone), che si interconvertono tra loro alla velocità della luce, abbiamo due differenti probabilità che il fotone virtuale, avvicinandosi agli elettroni dello specchio, si polarizzi come fotone o come antifotone.

Ci sono meno probabilità che il fotone virtuale si blocchi come antifotone. Ma, in quel raro istante non nullo a livello di probabilità, l'antifotone si manifesterà come tale ed esprimerà le sue proprietà rispetto a quelle del fotone che viene riflesso. L'antifotone andrà dalla parte opposta del fotone ma prima di riconvertirsi in fotone virtuale e nascondere al fisico sperimentatore la sua vera duplice natura, rimarrà per un tempo breve come antifotone andando per qualche attimo indietro nel tempo. In parole povere è come se fosse partito prima nel tempo ed è per questo che arriva prima del previsto, dando l'errata impressione che abbia superato la velocità della luce.

Dunque il fotone sarebbe come un pendolo, un metronomo che scansiona il tempo. Il fotone e l'antifotone si interconnetterebbero tra loro fornendo la non località del tempo poiché l'universo andrebbe avanti nel tempo e subito dopo tornerebbe indietro oscillando attorno ad un eterno presente.

Ma tutte le volte che si riuscisse a bloccare un antifotone nella sua configurazione congelata ecco che esso ci mostrerebbe come sia possibile, all'interno della virtualità evideonica frattalica ed olografica, avere l'impressione di tornare indietro lungo l'asse temporale (visione duale della virtualità).



Il fotone virtuale sarebbe l'ibrido di risonanza tra un fotone che va avanti nel tempo ed uno che va indietro nel tempo. Tutto questo prevede che il fotone virtuale abbia un istante in cui ha energia positiva ed un istante seguente in cui avrebbe energia negativa, dove il secondo principio della termodinamica, che obbliga l'entropia ad aumentare sempre, non sarebbe più rispettato, a meno di non considerare anche l'altra metà dell'universo, dove l'entropia diminuisce sempre. La somma entropica totale rimarrebbe così sempre nulla.



L' asse verticale della sella rappresenta l'energia del fotone virtuale che oscilla tra valori positivi e negativi attorno allo spaziotempo rappresentato dal piano orizzontale di esistenza del fotone virtuale. Si comprendono così d'un solo colpo, tutti gli esperimenti di collisione ed interazione fra fotoni. Se i fotoni hanno bassa energia essi hanno un asse dell'energia corto ed oscillano attorno a valori piccoli. Tali valori vengono a manifestarsi sul piano spaziotemporale come valori di massa apparente o massa restante dell'ipotetico fotone a riposo. Masse vicino a valori nulli, permettono ai fotoni di non interagire tra loro e sostanzialmente di attraversarsi senza alterarsi eccessivamente. Ma quando usiamo, per le nostre collisioni, fotoni ad alta energia, abbiamo fotoni con masse apparenti elevate ed essi hanno l'opportunità di manifestarsi come particelle, dando in quel caso origine a tutti quei dati sperimentali sopracitati e mal interpretati dalla scienza attuale.


Il fotone virtuale ed il tempo.


Dunque l'intero universo sarebbe un frattale costruito sulla base della geometria evideonica e costituito di tanti piccoli evideoni cioè immagini di fotoni ed antifotoni sovrapposti fra loro. La realtà virtuale si manifesterebbe quando un Evideone si scinde in un fotone ed un antifotone che cominciano ad oscillare con frequenze opposte ed in fase tra la forma fotonica ed antifotonica. Questo evento produrrebbe il fenomeno dell'entanglement cioè dell'intreccio fra i due fotoni poiché i due fotoni, nati da un Evideone, sarebbero entangled sulla base del fatto che per ragioni geometriche uno nasce come fotone che sta per convertirsi in antifotone e l'altro nasce come antifotone che comincia ad interconvertirsi nella sua immagine speculare fotonica. Tutto questo porta a concludere che il fotone sarebbe entangled con l'antifotone corrispondente poiché quando esso è fotone l'altro è sempre la sua antiparticella. Quando uno ha energia positiva l'altro l'avrebbe negativa e della stessa entità, quando uno va in una direzione l'altro andrebbe nella direzione opposta. Il brodo di fotoni ed antifotoni virtuali, pur avendo valori di entropia opposti darebbe sempre valore nullo. Il tutto sarebbe fatto di niente.

Da un punto di vista temporale se il nostro universo è paragonabile ad un ologramma esso avrebbe una frequenza di clock pari all'inverso del tempo di Planck (1044sec-1). Questo sarebbe il numero di operazioni che il computer universo farebbe in un unico istante.

(http://www.theepochtimes.com/n2/science/is-time-an-illusion-30858.html)

Che il tempo sia una mera illusione si può ora comprendere poiché se l'universo va avanti ed indietro, oscillando nello spaziotempo e nella energia con i valori delle grandezze di Planck, è chiaro che noi non ce ne possiamo accorgere ma la fisica ci viene in aiuto, facendoci comprendere come, all'interno del sistema fisico Universale, noi si abbia invece l'idea e la sensazione del tempo, a causa proprio della presenza dell'entanglement fra due fotoni e cioè tra un fotone ed un antifotone simmetricamente legati dai valori delle loro frequenze di interconversione. Leggiamo infatti da Scienza e Conoscenza un articolo a firma di Alessandro Silva del 3/5/2013 che così tra le altre cose recita :

http://www.scienzaeconoscenza.it/articolo/natura-del-tempo-nell-universo.php

Il tempo non esiste Le ipotesi di Fiscaletti e Sorli sulla natura del tempo nell'Universo

Recenti ricerche sul tempo condotte dal fisico italiano Davide Fiscaletti e dallo scienziato sloveno Amrit Sorli suggeriscono che l'universo non ha luogo in un tempo inteso come una dimensione fisica avente un'esistenza primaria ma, al contrario, il tempo esiste solo come una sequenza, un'ordine numerico di eventi, di cambiamenti materiali. Nell'universo cioè, il tempo è solo una grandezza matematica. L'universo di Gödel senza tempo: Nel 1949 Kurt Gödel costruì i primi modelli matematici dell'universo in cui si ipotizza la possibilità di compiere viaggi nel passato. In ogni modello di universo in una struttura spazio-temporale, ogni fenomeno è descritto da quattro coordinate, tre delle quali rappresentano un punto dello spazio, e la quarta un preciso momento temporale:

intuitivamente, ciascun punto dello spazio-tempo rappresenta quindi un evento, un fatto accaduto in un preciso luogo in un preciso istante. Il movimento di un oggetto puntiforme è quindi descritto da una curva, con coordinata temporale crescente. Kurt Gödel è noto per i suoi teoremi, in particolare quelli di incompletezza e di indecidibilità. Nessuna teoria matematica sarebbe completa, in altre parole avrebbe al suo interno gli elementi per decidere se la sua formalizzazione sia sempre vera. Gödel analizzò l'equazione della formula dell'universo in espansione, basata su quella che lo stesso Albert Einstein chiamò linea temporale, accorgendosi che, viaggiando lungo la linea del tempo nel futuro, a un certo punto del viaggio, ci si ritrova nel passato: il punto di partenza, cioè, precede o coincide con quello di arrivo. Gödel si accorse che l'equazione della linea temporale con la quale è costruita la teoria dell'universo permette di viaggiare nel tempo e non solo di andare avanti e indietro, ma anche che, continuando ad andare avanti si torna indietro, ovvero la via del tempo all'infinito non è semplicemente una curva ma è circolare.? Si tornava così alla definizione di Tempo antecedente a quella di Sant'Agostino che impose alla scienza l'idea di tempo lineare.

Ma al di la di queste interessanti considerazioni di tipo geometrico ecco arrivare l'esperimento quantistico che dimostra come il tempo nasce dall'entanglement di due fotoni.

https://medium.com/the-physics-arxiv-blog/quantum-experiment-shows-how-timeemerges-from-entanglement-d5d3dc850933

Katerina Moreva ed altri,(Phys. Rev. A 89, 521-22, (2014)), presso l'Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica di Torino (INRIM) hanno messo in luce come il tempo nasca proprio dall'entanglement fotonico. In un opportuno esperimento ha infatti costruito un universo giocattolo in cui due fotoni entangled fra loro vengono formati. Il cambiamento di stato dei due fotoni tra loro crea, all'interno di questo universo giocattolo, l'idea del tempo che scorre mentre un ipotetico Dio, esterno all'universo giocattolo misurando il tempo con un orologio totalmente indipendente, non misura nessun variare del tempo stesso. Il lavoro scientifico conclude che anche la gravità diventa così una proprietà emergente dall'entanglement dei due fotoni, proprio come previsto dalla teoria evideonica, dove la gravità altro non è che una misura della lunghezza dell'asse delle energie del fotone. Nel fotone questo asse è in continua vibrazione tra due valori che rappresentano energia ed anti energia annullando mediamente l'effetto massa, a meno di non far interagire fortemente due fotoni ad alta energia.


Il fotone ed il principio di indeterminazione.


Il fotone virtuale dunque è l'unica cosa che virtualmente esista, l'unico mattone dell'ologramma, l'unica realtà virtuale del frattale universale. All'interno dunque della natura fotonica, dobbiamo trovare anche un aggancio a quella cosa che noi chiamiamo consapevolezza della Coscienza. La Coscienza crea il fotone e dunque dentro alla natura fotonica dovremmo trovare tracce della Coscienza stessa. In realtà ci siamo chiesti la seguente cosa poiché molti scienziati e filosofi si sono chiesti dove abiti la Coscienza e che rapporto esista tra fisica quantistica e Coscienza.

Claudio Mantovani della Università di Urbino "Carlo Bo" scrive in un lavoro intitolato : COSCIENZA ED ENTANGLEMENT QUANTISTICO : "Più che cercare di trovare ipotetiche connessioni fra teorie della misura quantistica e teorie della coscienza, possiamo invece spostare leggermente i termini del problema verso la questione delle leggi naturali. Sembra che la realtà sia qualcosa di mutevole che cambia a seconda del nostro modo di guardare, e certo il modo di guardare di un fisico quantistico sembra essere il piu` radicale; sicché potremmo essere indotti a pensare che le leggi della fisica quantistica debbano governare anche i fenomeni psichici e mentali. Questo forse poggia su un pregiudizio riduzionistico diffuso nell'ambito scientifico. La conclusione è che la coscienza non può essere ridotta alle leggi della meccanica quantistica per due motivi. Primo, essa non può agire semplicemente in conformità al postulato di riduzione senza con questo generare paradossi a livello macroscopico; secondo, nessuno ancora conosce la vera natura della coscienza, ma è probabile che se essa dipende dalla struttura del cervello, e questo è composto fra l'altro di elettroni, protoni, neutroni e via dicendo, proprio per questo bisognerà cambiare qualcosa nell'interpretazione standard della meccanica quantistica. A meno di non dover davvero accettare poteri eccezionali della nostra mente sulla materia, qualora conservassimo il principio di sovrapposizione e il postulato di riduzione, vi sono ancora buone ragioni per ritenere che la luna è la anche se nessuno la guarda".

Dunque se da una parte gli uomini di scienza e di pensiero non sanno cosa è la Coscienza sovente si rifiutano di asserire che la scienza si sovrappone alla coscienza ma si rifiutano di fare anche il contrario. Da questo loop non se ne potrebbe uscire mai se non con la natura descrittiva dell'Evideon che sta per mettere tutti in accordo. Infatti se come abbiamo sempre detto noi siamo i creatori del nostro universo che si manifesta nell'unico istante che esiste, cioè il presente, allora non deve esistere nessun principio di indeterminazione di Heisenberg poiché noi, quali creatori, sappiamo, perfettamente anche se inconsciamente, come abbiamo creato questo universo. Heisenberg, lo ricordiamo brevemente, sostiene che non si riesce ad osservare un'osservabile senza perturbare l'osservazione stessa che ne verrà irrimediabilmente distorta. Ma noi sappiamo anche che le cose ci appaiono come noi crediamo che esse siano. Ed esse ci appaiono così perché noi stessi, credendo che dovessero essere create in quel modo, lo abbiamo fatto. Dunque noi osserviamo una realtà da noi creata sulla base della consapevolezza della stessa creazione. Ma se le cose stanno così non ci dovrebbe, alla fine, essere nessun limite per quelle persone che acquisiscono totale consapevolezza di sé. Da questo punto di vista l'indeterminazione di Heisenberg rappresenterebbe non un limite fisico, dettato dalla impossibilità materiale di fare misure troppo precise, ma un limite coscenziale che ci impedirebbe di vedere le cose come sono, di comprenderne la vera natura, sia nella osservazione che nella stessa creazione. L'osservare ed il creare infatti in un universo non duale, dove non esiste differenza tra causa ed effetto, sono lo stesso evento.

In questo contesto si poteva notare come l'indeterminazione di Heisenberg vale esattamente l'energia di passaggio tra il fotone e l'antifotone. Il passaggio di trasformazione tra un fotone virtuale ed un fotone prevede che l'asse delle energie del fotone si allunghi di una energia quantizzata minima che è l'energia piu` piccola che Planck calcola per un qualsiasi oggetto in questo universo. Ebbene, questa energia vale 1/2hf. La differenza tra l'energia del fotone e dell'antifotone dunque è 1/2hf -(-1/2hf) = hf. In parole povere la consapevolezza dei fisici moderni non è ancora arrivata a comprendere che esiste l'antifotone. L'esistenza dell'antifotone produce nella consapevolezza umana il raggiungimento della informazione che l'universo è virtuale e che noi stessi lo stiamo creando. La mancanza di consapevolezza di tutto ciò rende assolutamente virtualmente presente il principio di indeterminazione che si dovrà sciogliere come neve al sole appena qualcuno capirà come stanno le cose. A questo punto ci siamo chiesti che se noi ci eravamo accorti che non esiste nessuna indeterminazione, perché il principio di indeterminazione ancora esisteva?. Ebbene abbiamo scoperto che nel 2013 le cose sono cambiate.

http://www.lescienze.it/news/2012/09/14/news/indeterminazione_heisenberg_spiegazione_quantistica-1254681/



"Principio di indeterminazione: Heisenberg sbagliò la spiegazione" La spiegazione corrente del principio di indeterminazione di Heisenberg, in base al quale esiste un limite fondamentale alla precisione con cui si può conoscere un sistema quantistico, non è esatta. Il sospetto aleggiava fra i fisici da alcuni anni, e la conferma arriva ora da un esperimento condotto da un gruppo di fisici dell'Università di Toronto diretti da Aephraim M. Steinberg, che pubblicano un articolo a prima firma Lee A. Rozema sulle "Physical Review Letters". Heisenberg spiegava il principio di indeterminazione -secondo cui, minore è l'approssimazione con cui conosciamo la posizione di una particella elementare, maggiore è l'incertezza riguardo alla sua quantità di moto, e viceversa -riportandolo a un problema relativo alla misurazione: per determinare la posizione della particella, per esempio, dobbiamo "illuminarla" con dei fotoni, che ne alterano la velocità. Allo stesso modo, quando si procede a determinare con precisione la quantità di moto, se ne altera la posizione. Ma la situazione sarebbe più complessa, come dimostra una serie di esperimenti, allestiti sulla scia di un'analisi teorica condotta nel 2003 dal fisico Masanao Ozawa, il quale sosteneva che il principio di Heisenberg non si applicherebbe alla misurazione. O, per meglio dire, le fonti di incertezza di un sistema quantistico sarebbero due: da un lato quella legata alla misurazione e dall'altro un'indeterminazione intrinseca.

Ovviamente la conferma di questa ipotesi non può ricorrere a misure dirette. Per questo i ricercatori hanno ideato la tecnica delle "misurazioni deboli", ossia di misurazioni che interferiscono con ciò che si vuole misurare in modo così limitato da non alterarlo, ma comunque sufficiente a dare un'indicazione (sia pure molto approssimativa), per esempio, della sua direzione. Ricorrendo a questa tecnica sono già stati ottenuti diversi risultati che sembrano corroborare l'ipotesi di Ozawa, che appare ulteriormente confermata da quest'ultima serie di esperimenti. Rozema e colleghi hanno proceduto a misurazioni deboli di altre due quantità che sottostanno al principio di indeterminazione, quelle relative agli stati di polarizzazione di un fotone lungo due diversi assi. Nel corso degli esperimenti, ripetuti su un numero elevato di fotoni, i ricercatori hanno condotto due misurazioni deboli e quindi una misurazione esatta del primo stato di polarizzazione per vedere se era stata disturbata dalla seconda misurazione. Dal confronto dei risultati è apparso che il disturbo indotto dalla misurazione è minore di quanto richiederebbe la relazione precisione-alterazione espressa dal principio di Heisenberg.? Gli autori concludono che esiste qualcosa di più sottile che causa l'indeterminazione che non ha per nulla a che fare con l'impossibilità di misurare sperimentalmente le variabili in gioco. Stiamo arrivando a comprendere che non esiste nessuna indeterminazione, se non quella creata dalla nostra stessa consapevolezza. C'è inoltre da notare che recentemente alcuni fisici hanno trovato energie negative, riuscendo a portare a temperature sotto lo zero assoluto un centinaio di atomi di potassio. Avere energia negativa secondo la teoria dello Zero Point Energy equivale a distruggere l'indeterminazione di Heisenberg, poiché nel passaggio tra positivo e negativo ecco che apparirebbero le variazioni energetiche tra fotoni ed antifotoni.

http://www.fisica.uniud.it/~ercolessi/MQ/mq/node14.html



Il livello energetico più basso (lo stato fondamentale) ha una energia finita chiamata energia di punto zero e tipica dei sistemi quantistici. La sua esistenza è legata al principio di indeterminazione. Assumiamo che l'energia totale sia dell'ordine di



dove



e sono misure della dispersione tipica della quantità di moto e della posizione della particella. Il principio di indeterminazione ci dice che



da cui possiamo estrarre



e minimizzare l'energia rispetto a.

Si ottiene che



da cui



Se l'energia minima è nulla, abbiamo determinato esattamente sia la posizione che la quantità di moto, in contraddizione col principio di indeterminazione. Lo studio dello strano comportamento dei sistemi a temperature negative, osservano Schneider e colleghi, potrebbe anche essere utile alla creazione di nuovi modelli cosmologici, e per comprendere meglio il comportamento dell'energia oscura, ovvero della misteriosa forza che si ipotizza contrastare la forza di gravità, agendo così da motore dell'espansione.

http://www.lescienze.it/news/2013/01/08/news/temperature_negative_zero_assoluto_quantistic_entropia-1447748/


L'Effetto Casimir.


L'effetto Casimir è un effetto quantistico macroscopico postulato dal suo scopritore e verificato sperimentalmente. L'effetto si basa sul chiudere in una scatola molto stretta, alcune particelle subatomiche. Quando le pareti della scatola vengono avvicinate, le particelle aumentano la loro energia e velocità oscillando con frequenze sempre più alte. Questo produce che le particelle che rimangono nella scatola sono costrette ad assumere velocità più alte di quelle della luce. Il risultato finale è che le particelle scompaiono dalla scatola e ricompaiono fuori di essa. Al di sotto di un micron di larghezza la scatola non riesce a contenere nemmeno i fotoni che per non superare la velocità della luce attraverso un ipotizzato effetto tunnel, passano attraverso le pareti semipermeabili quantisticamente della scatola e il passaggio viene effettuato a velocità trans luminare.

Da questa esperienza si imparano un sacco di cose tra le quali che le barriere quantistiche sono semipermeabili o semitrasparenti e ci si può passare nel mezzo, in certe condizioni. Passare attraverso è però un termine obsoleto per la fisica di Bohm che considera l'universo non locale, dove la differenza tra fuori e dentro è molto sottile. Ma anche se fosse così ci si chiede da dove passa il fotone? E poi come fa a superare la velocità della luce che tecnicamente non si potrebbe superare?. La risposta ovviamente, la fisica quantistica, non la sa proprio dare. A questo meccanismo è legato anche il fenomeno dello spostamento degli elettroni da un orbitale atomico all'altro, quando la geometria degli orbitali permette tale passaggio. Su questo effetto si basa tutta la reattività dei composti chimici quando creano un legame molecolare. Da che parte passa l'elettrone di un orbitale "p" che viene disegnato con i suoi due lobi staccati tra loro?.

Non certo attraversando il nucleo dell'elemento chimico poiché lo spazio del nucleo è talmente piccolo che se un elettrone si trovasse nel nucleo supererebbe la velocità della luce strappando lo spaziotempo.



Facciamo questo esempio non per complicarci la vita con problematiche che sembrano lontane dal nostro obbiettivo finale, ma per far comprendere come utilizziamo tutti i giorni strumenti e teorie che sono totalmente imperfette, incomplete, errate, approssimate, come la funzione d'onda che descrive gli orbitali atomici di Shr.dinger.

La forza di Casimir per unità di superficie (Fc/A), nel caso ideale di piastre metalliche perfettamente conduttive tra cui è stato creato il vuoto, è calcolata come :

Fc/A = - ℏ c π2 / 240 α4 = h c π / 480 α4

dove:

ℏ = h/2π



è la costante ridotta di Planck, c è la velocità della luce, a è la distanza tra le due piastre, A è l'area delle piastre.


Il valore della forza è negativo e indica che la sua natura è attrattiva: la densità di energia decresce, infatti, avvicinando le lastre. La spiegazione di questo fenomeno sarebbe data dal fatto che, essendoci più particelle virtuali al di fuori della scatola mentre all'interno ci rimangono solo fotoni (che peraltro stanno per scomparire dal suo interno), la pressione esterna è più elevata di quella interna e le due piastre, che rappresentano le pareti del contenitore fotonico, si "appiccicano" letteralmente tra loro.

(http://arxiv.org/abs/quant-ph/0702061)

Le pareti della scatola certo non si attraggono per effetto della gravità newtoniana ma per effetto della energie di punto zero, secondo la quale lo spaziotempo sarebbe pervaso da infinite particelle virtuali che nascono e vengono riassorbite dal tessuto spaziotemporale perché, in presenza delle loro anti particelle. Dunque nella scatola di Casimir le particelle scomparirebbero perché assorbite dal tessuto spaziotemporale essendo presenti come virtuali. In quel contesto, le particelle virtuali a cui noi facciamo riferimento, sarebbero i fotoni. Esiste come al solito quel piccolo problema che fa si che l'energia di punto zero non può diventare nulla poiché si andrebbe contro il principio di indeterminazione di Heisenberg (è intuitivo immaginare che quando la distanza tra le pareti della scatola è zero, la forza esercitata è infinita con il segno meno e dunque l'energia corrispondente sarebbe zero). Esistono anche problematiche cosmologiche legate alla energia di punto zero. Nell'ultimo periodo del 1998 si osservò, studiando più di 40 supernove, che la velocità di espansione dell'universo aumentava sensibilmente invece di diminuire. Fino ad allora si era pensato che l'universo, a causa della forza gravitazionale, stesse gradualmente rallentando dopo il Big Bang, per poi eventualmente fermarsi e regredire verso un Big Crunch. Al contrario studiando la luce di queste supernove si poté definire che la loro distanza risultava essere del 10-15% superiore a quella attesa. L'universo sarebbe dunque attualmente in accelerazione, e la spiegazione ipotetica di tale fenomeno starebbe nell'energia del vuoto, che rappresenterebbe un' "energia oscura" che svolgerebbe il ruolo di costante cosmologica.

http://it.wikipedia.org/wiki/Energia_del_vuoto


L'effetto Casimir e l'antifotone.


È interessante notare come archetipicamente, tutte le volte che non si vogliono mettere in gioco gli antifotoni, gli aggettivi che si usano richiamano inconsciamente quel concetto. Si parla infatti di forza oscura, di dark matter, di materia oscura, nel senso non che sia visibilmente oscura ma che non se ne conosca l'aspetto.

Da un punto di vista neuro linguistico se ne potrebbe dedurre che l'inconscio umano, essendo chiaramente al corrente di cosa c'è dietro tutto questo e cioè la esistenza dell'antifotone, verbalmente risponde in modo chiaro e netto, ma la consapevolezza dell'uomo sembra non tener conto della sua incapacità a leggersi dentro ed a guardare fuori di sé e constatare che il dentro ed il fuori sono la stessa identica cosa.

Ovviamente da un punto di vista coscenziale, se l'uomo è il creatore dell'Universo, sa esattamente come stanno le cose ma non arrivando, questa consapevolezza, alla propria mente, ecco che compaiono nel linguaggio corrente atti mancati, grammatiche trasformazionali improbabili che, se analizzate da un punto di vista concreto, fanno, psico analiticamente comprendere, come tutto ci parla di antifotoni, anche se noi non ce ne vogliamo proprio rendere conto.

Ma perché perdere ancora una volta spazio e tempo nel parlare dell'effetto Casimir? Perché esso, come il resto della fisica incompresa, diventa immediatamente comprensibile se si prende in considerazione la presenza dell'antifotone.

Se la scatola di Casimir è piena di fotoni virtuali, essi non ci appaiono solo perché sono la risonanza tra un effetto ed un contro effetto.

Ma quando andiamo a stringere le pareti della scatola, i fotoni virtuali tenderanno ad aumentare la loro energia per effetto quantistico. In quel contesto i fotoni virtuali vibreranno ad una frequenza più alta, provocando l'allungamento dell'asse delle energie che invece di oscillare tra un valore numerico piccolo con segno positivo e negativo, oscilleranno tra un valore sempre più alto positivo e negativo (energia del fotone e dell'antifotone). Quando si avvicina la parete al fotone virtuale ad alta energia, ecco che si ottiene lo stesso effetto che si otteneva quando un fotone virtuale colpisce la parete di un metallo (effetto Compton) interagendo con la materia.

In questo contesto però i fotoni virtuali vengono bloccati nelle loro rispettive configurazioni o fotoniche o antifotoniche e, mano a mano che gli antifotoni si bloccano come tali, essi tornano indietro nello spaziotempo ed escono dalla scatola.

Nella scatola si ripristina l'equilibrio tra fotoni ed antifotoni e questo equilibrio viene spostato verso la formazione di tutti antifotoni che escono dalla scatola.

Una volta che gli antifotoni sono stati rimessi in libertà essi ricominciano ad oscillare e tornano ad essere indistinguibili fotoni virtuali (si è prodotta una disimmetrizzazione dello spazio-tempo, con diminuzione del valore entropico dell'energia: vedi pag. 45).

L'energia necessaria per questo processo ce la mette l'operatore nel cercare di stringere in uno spazio troppo angusto i fotoni virtuali. Ovviamente l'energia di punto zero diventerebbe zero molte volte, tutte le volte che un fotone si interconverte nel suo antifotone e viceversa perché il fotone virtuale avrebbe proprio come valore di energia, quella di punto zero cioè ZERO, con conseguente demolizione della indeterminazione di Heisenberg ed aumento della consapevolezza a livello cosmico.

Una ulteriore conferma che le piastre dell'effetto Casimir interagiscono con i fotoni virtuali si ha nell'effetto Casimir dinamico, in cui sono sostanzialmente le pareti della scatola a muoversi l'una verso l'altra ad altissima velocità impattando dunque con i fotoni virtuali che si trasformano in fotoni reali, illuminando la scatola dall'interno.



Le Scienze del 16 febbraio 2013, "La luce che nasce dal nulla").il fisico Pasi Lähteenmäki dell'Università di Aalto, in Finlandia, e colleghi, hanno dimostrato che variando la velocità con cui viaggia la luce è possibile farla apparire dal nulla.

Gli scienziati possono influire sulla velocità dei fotoni in un mezzo variandone l'indice di rifrazione, indipendentemente dal fatto che siano fotoni reali o virtuali. Lähteenmäki sostiene che questo sistema può essere pensato come uno specchio. Se lo spessore di questo specchio, cambia abbastanza rapidamente, i fotoni virtuali che vengono riflessi, possono ricevere abbastanza energia da trasformarsi in fotoni reali durante il rimbalzo.? Immaginiamo di trovarci in una stanza molto buia e che all'improvviso l'indice di rifrazione della stanza cambi?, spiega Lähteenmäki. "La stanza inizierebbe a brillare", All'inizio del loro esperimento, Lähteenmäki e colleghi, hanno messo in frigorifero una schiera di 250 dispositivi superconduttori a interferenza quantistica (SQUID), circuiti estremamente sensibili ai campi magnetici.

Applicando dei campi magnetici, i ricercatori hanno variato di pochi punti percentuali la velocità di fotoni con frequenza nelle microonde che attraversavano la schiera.

Successivamente, hanno portato la temperatura del sistema a 50 millesimi di gradi Celsius sopra lo zero assoluto. In queste condizioni di "superfreddo" il sistema non dovrebbe emettere alcuna radiazione, comportandosi praticamente come il vuoto. "Volevamo semplicemente studiare questi circuiti per sviluppare un amplificatore", racconta Sorin Paraoanu, fisico teorico dell'Università di Aalto.

Ma ci siamo chiesti: che cosa succederebbe se non ci fosse nulla da amplificare? Che cosa succede se il segnale è il vuoto?.

Come illustrato in dettaglio sui? Proceedings of the National Academy of Sciences, i ricercatori hanno rilevato i fotoni, in accordo con le previsioni dell'effetto Casimir dinamico. Per esempio, questi fotoni dovrebbero mostrare la strana proprietà dell'entanglement: misurando le proprietà di un fotone, gli scienziati potrebbero conoscere esattamente anche le proprietà della sua controparte, ovunque sia nell'universo, un fenomeno che Einstein indicava come "inquietante azione a distanza".

Questo e altri studi recenti dimostrano che il vuoto non è realmente vuoto ma pieno di fotoni virtuali, ha spiegato Steven Girvin fisico teorico della Yale University.

Questi sistemi potrebbero essere usati per simulare alcuni scenari interessanti. Per esempio, alcune teorie prevedono che durante la fase dell'inflazione cosmica, i confini dell'universo primordiale si espandessero a una velocità vicina a quella della luce o addirittura superiore.

Potremmo prevedere l'esistenza di una qualche radiazione da Casimir dinamico prodotta a quell'epoca, e potremmo cercare di simularla in laboratorio, verificando così che non c'è stata nessuna inflazione e che l'Universo è solo un ologramma.

(Charles Q. Quoi scientificamerican.com il 12 febbraio 2013 ).

Dunque anche in questo caso, dal nulla, nascerebbero un certo numero di Evideoni che si scinderebbero in coppie entangled di fotoni ed antifotoni che diverrebbero i fotoni virtuali entangled fra loro.



Ancora una volta è evidente come l'universo spiegato in chiave evideonica non da più dubbi sulla propria natura.


L'ipotesi evideonica contiene le altre ipotesi.


Quando una teoria contiene le altre che l'hanno preceduta essa è sicuramente più valida delle altre poiché ha un carattere più generale e spiega tutto quello che le altre spiegano ed in più spiega e chiarisce tutti quei parametri oscuri che, fino a quel momento, non avevano trovato risposte.

Così, per esempio, la teoria della gravitazione di Newton è stata assorbita dalla relatività generale di Einstein mentre questa avrebbe dovuto essere assorbita dalla quantistica. Ma qui è accaduta una cosa imprevista.

L'assorbimento da parte della quantistica si è bloccato ogni qualvolta si parlava di massa. Una teoria quantistica della gravitazione ancora oggi stenta a prendere il volo. Nonostante la quantistica accetti che il fotone abbia un contenuto energetico che potrebbe corrispondere a quello di una massa trasformata in energia, non ha la più pallida idea di come questa trasformazione possa avvenire.

La ipotesi evideonica, prendendo in considerazione la presenza dell'antifotone come forma enantiomorfa del fotone ha risolto il problema.

Nella struttura evideonica ci sono tutte quelle cose che sistemano rapidamente la struttura della materia subatomica, sostenendo che esistono solo fotoni virtuali con i quali è costruito tutto.

Come si è visto in "Evideon" ed "Evideon 2", la struttura della materia fatta di fotoni ed antifotoni, bloccati nella loro configurazione geometrica, mette a nudo la vera natura dei leptoni e dei quark.

Ma anche la relatività generale di Einstein può agevolmente accomodarsi all'interno della struttura dell'Evideone, così come la teoria dell'universo olografico.


L'Universo olografico.


http://www.theepochtimes.com/n2/science/reality-illusion-1-26416.html

L'Universo è una mera illusione dove ombre oggetti, colori, suoni spazi e tempi non sarebbero che una proiezione di un immenso ologramma.

Un gruppo di scienziati ad Hannover, Germania, hanno effettuato delle misure lavorando con GEO 600, uno strumento che misura le onde gravitazionali, che il nostro Universo sarebbe granulare, cioè avrebbe una struttura olografica a livello di spaziotempo. Già dal 1990, due scienziati, Leonard Susskind e Gerald Hoft, sostengono che l'universo è un ologramma piatto estruso sul terzo asse delle energie.

Sarebbe come dire che l'universo è disegnato su un telone cinematografico dove un raggio di energia estrude tutte le figure facendole divenire tridimensionali. Va sottolineato come tutto questo è assolutamente in linea con l'idea evideonica del tutto. L'Evideon infatti, lo ricordiamo in questa sede, è la rappresentazione di un piano spaziotemporale fisso dove solo l'asse delle energie oscilla, dando l'idea che le cose abbiano massa e creino gravitazione.

Il nostro cervello non sarebbe in grado di discernere la natura olografica dell'universo. Sulla base delle ricerche del neurofisiologo Karl Pribram, fondatore del Center of Cerebral Research alla University of Radford in Virginia, il nostro cervello sarebbe solo un lettore di ologrammi, in accordo con la moderna fisica quantistica di Bohm.

http://www.dionidream.com/separazione-illusione-viviamo-in-universo-olografico/



In Evideon, ha anche un senso vedere la piegatura dello spaziotempo come nella teoria della relatività. Il paradigma evideonico metterebbe anche in accordo coloro che sostengono che non esiste la piegatura dello spaziotempo e che ovviamente la teoria di Einstein sarebbe errata.

Per L'Evideon in realtà lo spaziotempo non si curva ma si potrebbe ammettere una distorsione angolare e non lineare, perché la lunghezza degli assi di spazio e tempo è vincolante per la costante della velocità della luce Gli assi di spazio e tempo potrebbero inclinarsi producendo un fenomeno gravitativo legato alla alterazione dell'asse delle energie.

In parole povere se l'asse delle energie scendesse verso il basso per esempio in un fotone, per compensare questa discesa e mantenere una sorta di baricentro energetico, gli assi di spazio, tempo, anti spazio, ed anti tempo, si inclinerebbero verso l'alto.



La cosa interessante è che sembra plausibile, nella struttura evideonica, calcolare la massima piegatura degli assi possibile utilizzando i numeri che rappresentano i vettori colore utilizzati in "Evideon 2", per calcolare, tra le altre cose, la costante di struttura fine dell'Universo.

Infatti se l'asse delle energie scendesse per un massimo della sua semi lunghezza (121,5 unità naturali) gli estremi dei quattro vertici dello spaziotempo dovrebbero alzarsi di un quarto di questo valore (121,5/4 = 30,375); questo produrrebbe una contrazione dello spaziotempo sul piano rigido spaziotemporale che può essere calcolato in quanto rappresenta un cateto di un triangolo rettangolo, la cui altezza vale 30,375 ed una ipotenusa pari alla metà della lunghezza del piano spaziotemporale (324/2 = 162), pari a ((1622 - 30.3752)1/2) 159,1268, pari ad una massima distorsione possibile dell'1,8% dello spaziotempo dopodiché la struttura spaziotemporale si romperebbe in quanto l'Evideon perderebbe l'asse delle energie potenziali.

È interessante notare come il cerchio di raggio 159,1268 ha una circonferenza pari a 999,8 che sembra dimostrare come i numeri dell'Evideon siano tutti decisamente simbolici ma sostanzialmente multipli o sottomultipli di Pi greco.

Lo scenario attualmente in voga prevede che l'Universo sia piatto, come richiesto dalla teoria inflazionarla, ma che esista solo il 25% della materia per raggiungere la densità critica, il restante 75% deriva dall'energia del vuoto espressa dalla costante cosmologica. L'evideon non curva lo spazio ma prevede che gli angoli degli assi del piano spaziotemporale possano piegarsi.

Non esiste in fisica classica nessun parametro che ci indichi una deflessione massima oltre la quale lo spaziotempo si dovrebbe rompere. Almeno con l'Evideon si potrebbero fare delle previsioni.


Black hole ed antifotoni.


Come sappiamo i buchi neri sono particolari oggetti cosmici (ma non solo), che hanno la caratteristica di distorcere lo spaziotempo della relatività, facendo in modo che nemmeno la luce possa uscire dalla loro sfera attrattiva. I buchi neri sono osservabili indirettamente perché la luce, cioè l'informazione, non arriva a noi se non in modo indiretto. Inoltre nulla esce dal black hole e dunque nessuno ha una idea di come sia fatta la struttura interna di questo oggetto. I buchi neri si dividono in tre categorie : fermi, rotanti e carichi. Al di la della possibile presenza di carica, la differenza tra un buco nero fermo ed un buco nero rotante, sta nella forma dell'orizzonte degli eventi. L'orizzonte degli eventi è una zona ,attorno al buco nero, dove i fotoni intrappolati orbitano non potendo né sfuggire alla attrazione del buco nero né cadergli dentro. La teoria classica si rifà agli studi di Swartzshild ed in seguito di Hawkin e Penrose. Secondo l'idea di Hawkin, i buchi neri dovrebbero evaporare nel tempo poiché, a causa della forte tensione gravitazionale a loro addebitata, si produrrebbe una formazione continua di materia ed antimateria, che sorgerebbe all'orizzonte degli eventi. La antimateria ad energia negativa, cadrebbe nel buco nero annichilendolo nel tempo e la restante materia, venendo verso l'osservatore, verrebbe espulsa dall'orizzonte degli eventi, dando l'idea che il buco nero evapora.

http://it.wikipedia.org/wiki/Radiazione_di_Hawking

Per il momento nessuno è riuscito a verificare questa ipotesi anzi, sembrerebbe che il buco nero proprio non ci pensasse nemmeno ad evaporare.

http://www.scienzaeconoscenza.it/articolo/i-buchi-neri-nonevaporano.php

Dunque, tutte le ipotesi di Hawkin sarebbero sbagliate. In realtà qualcosa di corretto c'è in quello che dicono gli astrofisici. Ma l'unica particella virtuale che nasce dal brodo della virtualità è l'Evideon. In quel contesto, gli Evideoni che nascono sull'orizzonte degli eventi, si dividerebbero in fotoni ed antifotoni entangled fra loro. Ma in quel punto la simmetria dell'Universo verrebbe apparentemente distrutta. Infatti il buco nero è un oggetto che, come abbiamo detto in precedenza, distorce lo spazio-tempo e l'Evideon che lo rappresenta abbassa l'asse delle energie in modo tale che i quattro semiassi di spazio e tempo subiscono una variazione angolare verso l'alto. Questa variazione di simmetria produce una alterazione della entropia locale che tende a diminuire e deve essere compensata da una variazione eguale e contraria. Così i fotoni virtuali che nascono dal brodo di particelle virtuali (gli Evideoni) perdono la loro simmetria e, sia i fotoni che gli antifotoni si distorcono assumendo una conformazione in cui i quattro semiassi di spazio e tempo si piegano verso il basso e l'asse delle energie scorre completamente verso l'alto.



In altre parole un grande Evideon distorto si compensa con miliardi di fotoni ed antifotoni tutti distorti in senso contrario. Questi fotoni distorti rappresentano un guscio di anti fotoni con massa elevata che orbita attorno al buco nero e che costituisce l'orizzonte degli eventi come un guscio sferico (se il buco nero non ruota). Praticamente si avrebbe una calotta di fotoni solidi che si sono cristallizzati in forma antifotonica per compensare la distorsione della massa del buco nero con tante piccole anti masse. La massa del buco nero sarebbe eguale alla massa negativa del guscio del buco nero. L'entropia del sistema sarebbe nulla e la simmetria dell'universo, fatta salva. Questo tipo di buco nero non emette, non è possibile avere informazioni dalla sua parte interna. Esso appare come nero perché quello che si vede è un guscio fermo di antifotoni che ricopre il vero nocciolo della stella di neutroni. La luce, cioè i fotoni virtuali, quando passano accanto all'orizzonte degli eventi (shell solida), vengono interferenziati da quella che appare come una piegatura dello spazio-tempo. Il modello di buco nero rotante prevede come in effetti dice la teoria, che l'orizzonte degli eventi non sia sferico ma si azzeri ai poli del corpo rotante, costruendo un toroide.

http://www.slideshare.net/StefaniaPaoluzi/buchi-neri-34988606



Dunque quello che noi "vedremmo" (in realtà non vedremmo) del buco nero è una barriera di antifotoni di massa elevata bloccati nella loro configurazione antifotonica che costituiscono uno schermo alla stella di neutroni. Questo modello di buco nero, che non evapora è in accordo con l'ipotesi evideonica dell'universo virtuale. La coerenza del fatto che non esiste possibilità di prendere informazioni dall'interno del buco nero, ha una ragione ancora più calzante. Quando lo scienziato si trova di fronte ad un anti fotone la sua comprensione termina e la sua coscienza gli impedirebbe comunque di comprendere cosa ci sia dietro ad una cosa che lui stesso crede che non esista. Questo fatto fa creare attorno a lui un universo senza antifotoni dove l'indeterminazione di Heisenberg non permette alla consapevolezza di andare oltre.


Fotoni e consapevolezza.


A questo punto sono necessarie alcune riflessioni sulla vera natura della unica cosa che esiste in questo universo e che è l'Evideon, come produttore della duale realtà virtuale sotto forma di un ologramma costruito da fotoni ed antifotoni in rapida oscillazione tra loro. Secondo la visione bohmiana della virtualità quantica, il tempo non esiste e la interpretazione evideonica di questo concetto aggiunge che in realtà il tempo non esiste poiché il passato è in rapida oscillazione con il futuro, attorno ad una posizione media che rappresenta il presente. Tale oscillazione ha una frequenza di 1044 sec-1, ed, essendo sotto al tempo di Planck, non ci è dato di accorgercene, poiché il nostro cervello ha un tempo di rilassamento o di decadimento, nel percepire i fotogrammi della realtà quantica, al di sopra di questa soglia.

È come se quando andiamo al cinema riuscissimo a vedere cosa c'è tra un fotogramma e l'altro della pellicola.

Il nostro occhio in quel caso non riesce a percepire il distacco tra i vari fotogrammi che gli appaiono erroneamente come un continuum spazio temporale. Ma quando si comprende che possiamo andare al di sotto di quella soglia perché il principio di indeterminazione di Heisenberg viene sconfitto dalla nostra nuova consapevolezza, ecco che possiamo sicuramente avere fenomeni di veggenza sicuramente interessanti. Ma vediamo come considerare a livello macroscopico la presenza di antifotoni nel nostro universo virtuale. A livello cosmologico infatti possiamo estendere tutte le considerazioni che abbiamo fatto fino ad ora su modelli microscopico quantistici. Gli oggetti grandi hanno infatti le stesse regole di quelli piccoli e sarebbe un grosso errore valutativo pensare il contrario dopo tutto quello che si è detto fino ad ora.

La consapevolezza a volte è sotto il nostro naso ma la dobbiamo stuzzicare con delle domande che, sebbene appaiano inconsuete, ci fanno capire come in realtà noi si sia abituati a chiederci ben poco sulla realtà circostante dando tutto per scontato, fidandoci di quello che c'è scritto sui libri, senza ulteriori criticismi.

La domanda è: da dove vengono i fotoni che ci illuminano?

Ad una prima osservazione potremmo dire che i fotoni che ci illuminano vengono dal passato. Infatti siamo colpiti dalla luce che è partita milioni di anni fa da una stella lontana oppure dai fotoni che qualche microsecondo fa sono partiti da un lampione per la strada ma è evidente che noi siamo illuminati da fotoni, cioè informazioni, che vengono dal passato. In questo contesto non siamo illuminati da fotoni che vengono dal futuro e nemmeno da quelli che vengono dal presente. In altre parole vivremmo costantemente nel passato.

Ma questa è solo l'apparenza poiché la fisica moderna ci dice che le equazioni d'onda del passato e del futuro si incontrano solo nel presente che è l'unica soluzione quantica possibile, dove le due soluzioni quantiche di passato e futuro si sovrappongono come probabilità.

In quel contesto, siccome noi scegliamo la soluzione, potremmo scegliere di vivere il futuro o il passato e vedremmo solo uno dei due fronti d'onda; ma noi creiamo il presente e per farlo, abbiamo bisogno di coalescere le due funzioni d'onda in un unico evento. In altre parole non ci accorgiamo di decidere di vedere l'universo in modo non duale e di percepire lo spaziotempo in modo non duale. Quando decidiamo questo, le cose ci appaiono in modo differente e dobbiamo comprendere come non è vero, che siamo illuminati dai fotoni del passato ma siamo illuminati da fotoni del presente.

Come si fa a verificare questo approccio?.

Innanzitutto qualcuno potrebbe contestarci l'esistenza degli antifotoni perché sarebbero essi che, secondo i calcoli e le previsioni sulla simmetria degli antifotoni, dovrebbero, dal futuro, tornare indietro nel tempo ed illuminare il nostro presente. Invece noi apparentemente non siamo illuminati dai fotoni che il sole domani partorirà.

Qualcuno dunque potrebbe dire che gli antifotoni non esistono perché essi non si manifestano Ma il problema è legato, come sempre, alla consapevolezza dei fenomeni che percepiamo e, se non siamo consapevoli, non vediamo ciò che invece abbiamo d'intorno.

Una risposta interessante ce la da il così chiamato paradosso di Olbers.

Prende il suo nome dall'astronomo tedesco Heinrich Wilhelm Olbers, che lo propose nel 1826. In realtà era già stato descritto da Keplero nel 1610, da Richard Bentley in un carteggio con Newton e dagli astronomi Halley e Cheseaux nel XVi secolo.

Ora torniamo a parlarne qui. Olbers si chiede come mai di notte non c'è più luce che di giorno?

La domanda potrebbe far sorridere ma il paradosso ha una sua logica oggi del tutto irrisolta. Olbers dice che essendo le stelle infinite anche se ognuna inviasse un solo fotone sul nostro pianeta, di notte ci dovrebbe essere tanta di quella luce da non poter guardare fuori di casa.

La luce invece non c'è e di notte abbiamo il buio con modesti apporti luminosi di qualche stella lontana.

La scienza non sa dare risposte univoche che soddisfino pienamente tutte le regole della fisica teorica attualmente in vigore.

Due ipotesi possono tentare di spiegare il paradosso:



Nella prima ipotesi, la luce di stelle lontane non è ancora arrivata a noi. Potenzialmente in futuro tenderà a verificarsi la condizione espressa dal paradosso. Ci sono tuttavia diversi elementi che indicano che l'universo non sia giovane: la sua età oscilla tra i 13 ed i 16 miliardi di anni a seconda del valore dato alla costante di Hubble. Nella seconda ipotesi, le stelle si allontanano dalla Terra sempre di più, come dimostrerebbe l'effetto Doppler, e quindi la condizione del paradosso non si verificherà mai. Nel 1929 l'astronomo statunitense Edwin Hubble dimostrò che l'universo attuale si sta espandendo e che dunque deve aver avuto un'origine nel passato. Dal nostro punto di vista le galassie appaiono allontanarsi con velocità proporzionale alla distanza, fino ad un limite oltre il quale sembrerebbero allontanarsi alla velocità della luce, e non possiamo quindi vederle. In altre parole, poiché la luce ha velocità limitata, guardare lontano significa anche guardare indietro nel tempo, fin al punto in cui si osserva l'istante della nascita del cosmo, il Big Bang. In pratica l'universo visibile ci appare di dimensioni limitate nello spazio e nel tempo, per cui la luce ci giunge da un numero limitato di stelle tale che il cielo ci appare nero. Il paradosso non è più tale in quanto il presupposto dell'eternità del cosmo è falso. Anche nel caso che fosse comunque infinito nello spazio, ma non nel tempo, secondo la cosmologia comunemente accettata, per eliminare il paradosso di Olbers basta lo spostamento verso il rosso: quando gli oggetti sono abbastanza lontani, come detto prima, se superano la distanza che la luce può aver percorso dal Big Bang, la loro luce non ci arriverà per niente, se invece sono più vicini ma la velocità di recessione è maggiore di quella della luce, non ci arriverà nulla comunque. Quindi se anche l'universo fosse infinito nello spazio, non avremmo il paradosso. Il cosmologo statunitense Edward Robert Harrison sostiene che la soluzione del paradosso non si trova nell'espansione dell'Universo, anche un universo statico avrebbe un cielo notturno buio. La soluzione secondo Harrison è che le stelle brillano da troppo poco tempo per riempire tutto l'Universo con la loro radiazione.

(http://it.wikipedia.org/wiki/Paradosso_di_Olbers)

Insomma ci sono molte incertezze e tutte queste teorie andrebbero a farsi friggere se si introduce l'idea dell'universo non locale dove spazio e tempo sono solamente qui ed ora. In questo contesto l'universo non si espanderebbe, ma sarebbe la nostra consapevolezza ad essere dinamica e variando in continuazione sempre in una direzione (vedi secondo principio della termodinamica) produrrebbe una aleatoria variazione, in una unica direzione, della percezione che produrrebbe la virtualità (non sarebbe l'universo a espandersi bensì la nostra consapevolezza).

Se consideriamo invece la struttura Evideonica del nostro Universo virtuale frattalico e olografico, non locale, comprendiamo come, noi, si sia informati e quindi illuminati, solo dai fotoni che arrivano dal nostro stesso presente. Ammettiamo infatti che esistano fotoni ed antifotoni ed ammettiamo che esista il tempo come viene percepito all'interno della nostra virtualità (ricordo che al di fuori dell'universo è impossibile avere la percezione del tempo, come mostrano gli esperimenti di quantistica ottica effettuati all'INRIM), Noi abitiamo il presente e verso di noi vengono i fotoni del passato e gli antifotoni dal futuro. Essi si scontrano nel presente e si annullano tra loro totalmente. Gli unici fotoni ed antifotoni che non si annullano sono quelli che interagiscono con un oggetto. Gli oggetti sono luoghi di punti in cui fotoni ed antifotoni illuminano la materia che noi vediamo. In questa parziale visione temporale e virtuale, gli antifotoni non sarebbero da noi quasi per niente percepibili a causa della difficoltà che essi hanno nell'interagire con la materia (al contrario accade con l'antimateria dove l'interazione con il fotone diventa energeticamente improbabile). Ma questa è ancora una visione semplicistica poiché in realtà il tempo non esiste e dunque i fotoni non vengono dal passato e gli antifotoni non vengono dal futuro ma gli Evideoni nascono dal nulla dello spazio virtuale. In quel contesto interagiscono con l'oggetto che incontrano illuminandolo.

Ma questo equivale a dire una cosa piuttosto interessante. Dobbiamo infatti porci un'altra domanda:

È la luce che illuminando un oggetto ce lo rende apparente cioè è il fotone che interagendo con un oggetto ce lo mostra? o è l'oggetto che diventa esistente perché è illuminato/creato? : cioè risulta apparente poiché è stato creato in quell'istante dai fotoni? In altre parole una cosa è visibile perché è reale oppure è reale e dunque diviene visibile?

La risposta è estremamente facile poiché sappiamo che, nell'universo virtuale, la dualità non esiste e la causa e l'effetto sono lo stesso evento. Ma a questo punto non rimane che una unica soluzione.



Le cose sono create dalla luce e non è la luce che, sbattendoci sopra ce le mostra. Ma questo significa ancora una volta che noi e solo noi, siamo i creatori delle cose: Siamo noi che, dal mare delle particelle virtuali (gli Evideoni), plasmiamo in continuazione, in un eterno presente, tutto quello che di conseguenza vediamo e percepiamo, con tutti i nostri sensi. Non esiste più il vecchio modo di percepire il passato ed il futuro come due direzioni che si allontanano da noi ma semmai noi che creiamo, con il nostro passato e futuro, il nostro presente.


Coscienza dei fotoni o fotoni della coscienza?


Noi creiamo la virtualità attraverso i fotoni virtuali che sono lo specchio della nostra consapevolezza.



Concezione archetipica del tempo   Concezione non locale del tempo Evideonico


Si capisce in questo modo che il paradosso di Olbers viene facilmente risolto mettendo in accordo in un sol colpo, tutte le ipotesi scientifiche che spaziano dalla relatività alla quantistica.

Recentemente i fisici hanno dimostrato che l'antifotone non è eguale al fotone e che i leptoni hanno una struttura interna. Ma hanno anche dimostrato che l'elicità dell'antifotone calcolata sulla base della esistenza dell'anti atomo di idrogeno, non permette, all'antifotone di interagire con la materia così come il fotone non può interagire con l'antimateria, proprio come noi abbiamo postulato nella meccanica quantistica dell'Evideon. (W. Perkins, "The Antiparticles of Neutral Bosons," Journal of Modern Physics, Vol. 4 No. 12A, 2013, pp. 1219. doi: 10.4236/jmp.2013.412A1003.)


Materia scura (dark) od oscura (unknown)?


In realtà nella lingua inglese scuro ed oscuro si traducono con lo stesso termine ma nella traduzione in italiano si ha perdita di informazioni. Il termine oscuro non significa scuro ma non conosciuto, non chiaro, ma non nel senso di gradazione di colore bensì come sinonimo di incertezza, di poca comprensione della osservazione. Il termine è stato dunque reinterpretato perché i fisici italiani credono che il termine dark matter si leghi all'idea che esista una materia nello spazio determinata dal fatto che sia non visibile, cioè trasparente alla nostra percezione; invece il fisico anglosassone da originariamente al significato del termine "dark" una accezione differente. Dark significa unknown cioè sconosciuto non "nero". La lingua inglese sarà infatti meravigliosa per scrivere un lavoro scientifico ma quando si parla di tradurre in italiano ecco che i significati si perdono nella differente quantità di vocaboli che la nostra lingua ha rispetto alla più decisamente povera lingua anglosassone. A farne le spese sono gli scienziati italiani che sovente hanno poca dimestichezza con la lingua italiana ma più dimestichezza con il linguaggio della matematica. Così assistiamo all'uso di improbabili traduzioni scientifiche. Per esempio su tutti i libri di chimica si legge che esiste una analisi elementare che stabilisce la percentuale degli elementi in un composto chimico. Ebbene la analisi elementare non è mai esistita. Semmai esiste l'analisi elementale, cioè degli elementi, dall'Inglese "elemental analisys e non elementar analisys". In duecento anni di chimica italiana nessun chimico si è mai accorto di questa traduzione errata.

Dunque non dobbiamo stupirci che anche nel caso della fisica moderna sul termine "dark matter" ci sia a livello lessicale, parecchia confusione.

Dunque per la grammatica trasformazionale, sotto branca della Programmazione Neuro Linguistica, se esiste poca consapevolezza a livello terminologico su una cosa, non si ha chiarezza sulla mappa del territorio, che la contraddistingue. In altre parole nessuno ha capito niente sulla materia oscura.

Si tratta sempre di verificare l'osservazione di un fenomeno e di filtrarla attraverso la nostra consapevolezza.

Si sostiene da più parti che la materia oscura sarebbe costituita di fotoni oscuri. Ma cosa siano i fotoni oscuri ovviamente è una cosa decisamente oscura, a meno di non prendere in esame l'idea dell'antifotone.

(http://milesmathis.com/updates.html)

Miles Mathis e Tim Tate dell'UC di Irvine, due fisici americani, sostengono l'esistenza dei fotoni dark ma hanno idee sostanzialmente differenti sulla sua natura. Per Tate la materia oscura è costituita di fotoni senza massa che ruotano su se stessi . Per Mathis siccome la materia oscura rappresenta il 95% di tutta la materia non è possibile sostenere che è senza gravità poiché questo non si concilierebbe con i calcoli quanto-meccanici della QED (quanto-elettrodinamica). I fotoni non ruoterebbero attorno al loro asse ma ruoterebbero attorno agli elettroni gravitazionalmente poiché carichi. La carica del fotone verrebbe in continuazione accettata e ceduta così da apparire non misurabile ma tale da produrre effetti gravitazionali della materia.



Leggendo questi lavori non si può fare a meno di notare come si cerca di costruire un fotone con elementi di dissimmetria che il fotone virtuale non possiede ma che sono necessari per ottenere i dati sperimentali che osserviamo. La rotazione di un fotone diviene così importante ed è rappresentabile nel fotone evideonico, dal cono che identifica la costante di struttura fine dell'Universo di cui abbiamo trattato in Evideon 2. Il cono azzurro la cui base ha una circonferenza del valor medio di 137 (inverso della costante di struttura fine dell'Universo, correlata con Pi greco e con la sezione aurea e con le dimensioni dell'Evideon), è in rapida precessione attorno al suo asse principale. Nell'antifotone tale rotazione è invertita.



Nel tentativo di catturare sperimentalmente i fotoni dark, MatT Graham dello SLAC National Accelerator Laboratory, nel tentativo di chiarire la posizione della scienza attuale, mette in evidenza come molti siano i modi di chiamare i fotoni dark che vengono appellati anche come particelle A', Bosoni U, Fotoni pesanti ma che sostanzialmente sono la stessa cosa. Il mistero su queste particelle è affrontato da molteplici approcci teorici.

Sostanzialmente i ricercatori sarebbero d'accordo nel sostenere che quel qualcosa che definiscono bosone U o particella A' decade in due coppie di elettrone positrone e che forse può essere prodotto da un cannone elettronico (electron Beam) che spara raggi gamma, cioè fotoni ad alta energia e, come abbiamo visto in precedenza, capaci di interagire con la materia, ed in particolare su un elettrone, secondo uno schema del tipo seguente:





Seguendo questo schema si comprende come il fotone dark è qualcosa di misterioso che si formerebbe bombardando elettroni con raggi gamma, come accade nell'effetto Compton ed andando a verificare come i prodotti di decadimento di quel qualcosa di misterioso che si forma, sia costituito da una doppia coppia di elettrone positrone.

Alcuni ricercatori

http://ac.els-cdn.com/S0370269314001336/1-s2.0-S0370269314001336-main.pdf?_tid=60f6df16-dda-11e48e56-00000aab0f6b&acdnat=1428489252_edac78cc934953822e2c68d4a6be936a

, hanno messo in evidenza come a monte del decadimento della coppia di elettroni antielettroni esisterebbe un mesone che li produrrebbe. In analogia con queste ipotesi, Anche Douglas Bryman (New Light Shed on Dark Photons University of British Columbia, Vancouver, British Columbia V6T2A3, Canada Published November 10, 2014 ), prevede che, a monte della emissione di coppie elettrone antielettrone, esista un mesone la cui formazione, e qui è il punto, non si conosce, ma che si ipotizza avvenire in diverse maniere.

Ovviamente, anche in questo caso, se si ammette l'esistenza dell'antifotone, si capisce cosa c'è che sfugge alla fisica moderna, dove in questo processo, l'unica cosa dark che esiste è la formazione di antifotoni a bassa energia che si manifestano con una massa piccola ma tale da farli chiamare, fotoni pesanti.

Seguiamo il percorso di trasformazione della coppia elettrone positrone a ritroso postulando che un elettrone (un leptone) è costituito da un fotone opportunamente legato ad un antifotone e dove la sua immagine speculare rappresenta il positrone o antielettrone.



In realtà questo processo che viene descritto da Bryman, per ragioni di conservazione di simmetria CPT (Carica, Parità e Tempo) deve essere solo la metà di quello che accade, cioè ci devono essere due coppie elettrone positrone che danno due elettroni e due positroni, con formazione intermedia di un elusivo antifotone. Se ci si chiede il perché ovviamente si può notare che, se non si raddoppia il processo, le cose non tornano. Infatti se un elettrone ed un positrone si incontrano ed eliminano un fotone, rimangono tre unità fotoniche che possono dare solo un elettrone ed un fotone od un positrone ed un antifotone (secondo la visione evideonica). (Vedi Appendice 2)

Dunque se riscriviamo il processo da un punto di vista evideonico, abbiamo due coppie elettrone positrone che collidono in modo inverso l'una con l'altra. In altre parole, nel primo caso, un elettrone collide con un positrone mentre nel secondo caso avviene il contrario (che per le regole di simmetria dell'Evideon non è lo stesso). Oppure possiamo dire che da un punto di vista statistico, questo urto, ha il cinquanta per cento di possibilità di fornire un quark ed un antifotone o un antiquark ed un fotone (Vedi Schema seguente).

Il quark e l'antiquark si agganciano tra loro immediatamente per fornire un mesone (i quark non possono essere generati da soli proprio a causa della loro geometria evideonica, così come peraltro confermato dalla fisica del modello standard. Il successivo collasso tra il fotone e la parte antiquark del mesone fornisce una coppia di elettroni mentre il concomitante urto fra l'antifotone ed il restante quark fornisce una coppia di antielettroni. Dunque non si formerebbe una coppia di elettroni positroni ma una coppia di elettroni ed una coppia di positroni che peraltro danno lo stesso indistinguibile risultato finale ma si giustifica così il perché il processo di formazione dei prodotti finali viene raddoppiato per conservare la struttura e la geometria delle parti in gioco. I passaggi sono riassunti nello schema seguente.

Come si vede dallo schema sotto riportato, la simmetria dell'intero processo sembra rispettata e l'unica cosa dark che appare invisibile agli sperimentatori, solo perché non è stata presa in considerazione, è la produzione di un antifotone (che è la parte dark di tutto il processo). I due processi paralleli risultano enantiomorfi cioè sono l'uno l'immagine speculare dell'altro e dunque hanno la stessa energia. Il processo risulta rapido al di sotto del tempo di conversione del fotone e dell'antifotone nei fotoni virtuali. Perché questo accada i fotoni e gli antifotoni che si formano devono possedere bassa energia cioè massa molto piccola ovvero asse del corrispondente modello evideonico decisamente corto. Questo fa parlare a volte di fotoni aventi massa non nulla. Vedremo in seguito che, a seconda della massa che le unità fotoniche possiedono, il tempo di interconversione nel corrispondente antifotone può variare, rendendo in alcuni casi, gli antifotoni, abbastanza stabili da poter essere utilizzati prima che si interconvertano nel fotone virtuale.



La luce dark viene considerata la fonte di un universo invisibile che ha a che fare con la materia oscura

(http://www.symmetrymagazine.org/article/december-2014/searching-for-adark-light)

L'aggancio con gli antifotoni è estremamente calzante. Sembra che i fisici non possano utilizzare il termine antifotone perché sui libri c'è scritto che gli antifotoni ed i fotoni sono la stessa cosa e per timore reverenziale di urtare l'irascibilità dei detentori della REGOLA, si cerchi di bypassare il termine antifotone camuffandolo con il termine dark photon. Ormai la nuova fisica è alle porte con la scoperta degli anti quanti, degli anti fotoni e degli anti gluoni (da noi già postulati in Evideon, Ed. Spazio Interiore).

http://www.journaloftheoretics.com/Articles/6-6/str.aqA.pdf

Gli studi del Fermilab propongono, per la formazione della dark matter, uno schema decisamente simile al nostro, dove quark ed antiquark sarebbero i precursori del bosone W che successivamente produrrebbe particelle esotiche (denominate Susy) che fornirebbero poi i fotoni dark, secondo quanto descritto nel loro schema.



http://www.fnal.gov/pub/today/archive/archive_2009/today09-06-25.html.